Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

Polissena, un nome greco da riesumare. Una principessa da ricordare

Al Mythos del piccolo borgo medievale, un’altra leggenda da ricostruire. Di una figura femminile emarginata e marginale, di bellezza d’animo ed esteriore.

Nella siciliana Troina, gli scorsi 30 e 31 luglio davanti a noi un accorpamento scenografico e fisico, sonoro e spaziale. Ed al suo interno, coi silenzi, le parole. Davanti a noi il secondo assolo teatrale, il secondo di un segmento al cubo racchiuso in una stagione totale. Il secondo di una forgia sul nuovo da rappresentare. Il secondo di una terna ed anche qui la comprovata prova di essere tutti quanti in gamba. Da Aurora Miriam Scala per il testo e la regia a Luna Marongiu, colei che, tra un reimpiego e un creativo riciclaggio, ha dato luce e vita ai segni e ai simboli della scenografia.

Federica De Benedittis

Una regia vigorosa e vitale, decisa, fresca e giovanile. Ed un voluto prestito vocale: Roberto Latini, in incisione audio, è Omero, il poeta ed ellenico cantore. Un timbro equilibrato, magnetico e avvolgente. Una voce di pause, frequenze e atmosfere. Una sospensione temporale. Dal piccolo schermo all’universo teatrale, da Il paradiso delle signore alla Torre Capitania museale, a Federica De Benedittis la consegna di un altro mito da attraversare e riadattare, un’altra donna da restituire e ricordare. Dalla sua corporeità alla sua brama di parlare.

Ed eccola lentamente far capolino e comparire da una crinolina centrale, minuziosamente ricostruita con frammenti, brandelli e condutture dell’uno o l’altro materiale. Una cameretta, una stanzetta, un microcosmo ristretto di piccoli pezzi da tagliare, imbastire e assemblare. E poi staccare. E poi strappare. Come se fossero garze, fasce e fasciature. Di ferite da bendare e coprire. La crinolina è conforto e protezione, un nuovo spazio da abitare, un vestito di ricami da indossare.

L’unico luogo dove “essere”: poter essere in quanto tale, nel suo posto principesco e personale e senza alcun timore. Ed è qui che l’attrice con esperienza si muove, in perenne transizione dalla parola all’azione: duttile ed elastica, si snoda e si adatta. La crinolina le fa da corazza.

Se anno dopo anno, e secondo il disegno artistico di Luigi Tabita, il direttore, si guarda al mito, dentro il festival, come un luogo da investigare, questa è un’altra storia dimenticata da svecchiare e raccontare. Con tutte le ennesime comparazioni da fare. Che si tratti di eventi o di figure. E con uno sguardo ancora al femminile. Una ragazza graziosa, gracile e gioviale ha qualcosa da dire. Non ci resta che ascoltare. A partire da un nome: quattro sillabe e nove caratteri da pronunciare.

Polissena ci fa sapere che è appiattita dal suo nucleo familiare. Nessun potere decisionale. È cancellata, schiacciata, è “il piatto vuoto” di una tavola apparecchiata. Una candelina mai soffiata. Nessuna festeggiata. Un languore, un appetito per delle sole mele. Una “pietanza” troppo banale, non è un cibo all’altezza di un pranzo domenicale. Dalle mura domestiche del suo focolare “trabocca una straordinarietà che a lei non può appartenere”.

Oltre il punto scenografico centrale c’è n’è un altro laterale: di scatole e carta, un ulteriore e piccolo palcoscenico da cui partire. Un raccordo per continuare. Fili e maschere per spiegare. Ora un faro le illumina il volto, ora trascina un lenzuolo rosso, come un involucro gravoso, pesante come un peso. Pesante perchè Polissena tra i fuoriclasse non conta niente. Nel passato e nel presente.

E, frattanto, fra scatti e movenze, moti liberanti e il disegno nell’aria di traiettorie gestuali, la percezione auditiva di note, trilli e partiture. Partiture dove prevale il rumore. E quest’ultimo è eco, segnale, suggestione. L’inserimento di un operista, un brano e il canto di Maria Callas. Giacomo Puccini è il compositore che si lascia armoniosamente estrapolare e decontestualizzare. Dal Giappone alla Grecia, da Madama Butterfly a Polissena.

Figlia di Priamo e di Ecuba, non possiede, si è detto, nessuna virtù particolare. Del resto quelli “fuori dall’ordinario” sono i fratelli e le sue parentele: Paride, Ettore e una Cassandra che, finanche, sa predire. In quel plotone di rampolli lei non ha valore. Pare che siano tutti fuori dal normale tranne lei che nella sua semplicità si nutre di piccoli sogni da realizzare e desideri da inseguire. Polissena e la cieca e remota speranza di “affiorare un giorno nello splendore”. Un bel dì vedremo, Polissena deve pazientare.

Federica De Benedittis

Non è degna, deve aspettare. La pazienza è il suo vigore. Polissena è lo sbaglio dove vige l’eccezionale. Nella traccia e nella memoria nessun superpotere, nessuna dote che le permetta di distinguersi, emergere e trionfare. O almeno, anche solo una volta, esistere innanzi agli occhi dell’amore. Così come il mito vuole, Polissena si deve immolare, offrirsi in sacrificio per una guerra da estirpare. Polissena accetta di morire. Rimasta a malapena “cristallizzata e incorniciata” nella mente e in ogni cuore.

_______________

Polissena dimenticata – drammaturgia e regia di: Aurora Miriam Scala – Con: Federica De Benedittis – voce di Omero: Roberto Latini – Aiuto regia: Maria Chiara Pellitteri – Maschere e oggetti di scena: Luna Marongiu – Produzione: Sciara Progetti Teatro in collaborazione con: Mythos Troina Festival – Direttore artistico: Luigi Tabita – con il sostegno di: Residenza Teatrale Settimo Cielo – Teatro La Fenice di Arsoli – Festival Portraits on stage – Foto: ©Simona Giamblanco – VI edizione del Mythos Troina Festival – Sezione Assoli – Torre Capitania, 30-31 luglio 2026

error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]