di Laura Dotta Rosso

 

 

È un viaggio verso l’ipocrisia, il narcisismo, il perbenismo, la sessualità, la crudeltà, il razzismo, le droghe.

I dodici personaggi interpretati da Paolo Biag hanno tutti come filo conduttore l’America del 1994; la malattia della paura, la malattia dell’AIDS, l’egoismo che fa uscire fuori il bambino che c’è in noi, fregandocene dei bisogni altrui, la difficoltà che abbiamo nel vedere il bicchiere mezzo pieno, la criticità nel gestire i figli. Si evidenzia il costo della sanità e la mancanza di tatto dei medici.

In Piantando chiodi nel pavimento con la fronte, spettacolo di Eric Bogosian, con la regia di Pino Quartullo, andato in scena dal 15 al 20 ottobre al Teatro Cometa Off, ogni persona può ritrovare un pezzettino di sé, un frammento che fa trasparire un suo limite, un suo blocco. Chiunque può riflettere su un aspetto diverso della società, cogliendo alcune somiglianze con l’Italia e l’Europa attuale.

Tre bandiere americane sullo sfondo, sovrapposte come unico elemento scenico, fanno da quinta per le trasformazioni tra un monologo e l’altro. Il primo personaggio annuncia che, se fosse nato quarant’anni prima, tutto sarebbe stato più semplice, la moglie sarebbe stata una casalinga senza pretese, le malattie e le sommosse popolari non sarebbero esistite, la guerra sarebbe stata appena vinta e non sarebbe stato globalmente un inferno. Ora tutto è più palese, addirittura all’attore non interessa il parere del pubblico, gli uomini credono che, preoccupandosi per qualsiasi aspetto della comunità (le lotte femminili, l’ambiente, i tossicodipendenti, gli omosessuali), riescano a sentirsi utili e vivi.

“ Mi preoccupo e quindi sono”.
Allo stesso tempo, aleggia il menefreghismo, il desiderio di raccomandazione per essere presi a teatro, l’uomo d’ufficio che odia vivere aspettando di morire.
I personaggi sono studiati bene, la traduzione di Pino Quartullo e Patrizia Monaco funziona, ma la messa in scena risulta lenta e, in alcune parti, slegata. Si ha l’impressione di assistere a tanti sketch quasi come in uno spettacolo di cabaret, i frequenti bui per dividere le scene non aiutano a far rimanere l’attenzione dello spettatore sempre presente.

Siamo tutti contraddittori, vogliamo un fucile per proteggere i nostri bambini, senza renderci conto che quell’arma li potrà uccidere. Siamo tutti degli angeli con le ali nere come il personaggio finale, siamo tutti pronti a prendercela in quel posto, siamo tutti un grande orgasmo globale.

 

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