di Giorgia Leuratti

 

“Tra gli amici parliamo di Lucio al presente perché è una presenza fuori dal tempo”

Non sono voci di studiosi o di estimatori, non sono voci di corridoio ma testimonianze dirette quelle che ascoltiamo accingendoci a guardare “Per Lucio” (2021), quelle del manager e amico Umberto Righi e di Stefano Bonaga, suo amico d’infanzia.

Nel trarre spunto dalla materia aneddotica, dalla parola viva, dai racconti dell’infanzia ,il documentario di Pietro Marcello rinuncia ad ogni formalismo per articolarsi come racconto. Il racconto su un vecchio amico, Lucio Dalla.

Si parte dalla fine, dalla lapide posta presso il cimitero monumentale di Bologna: dice di chiamarsi Tobia l’uomo che viene a visitarla ma conosce Lucio fin troppo bene, dai tempi in cui al ristorante “Cesari” l’artista venne a parlargli: “Ho bisogno di un manager”.

Il rapporto con la mamma, intervistata da Lo Zecchino D’oro, la formazione da clarinettista, i primi gruppi musicali. Se Lucio non continuò la sua carriera da jazzista non fu solo per la scarsa entrata economica, ma perché il jazz era un linguaggio sconosciuto che si poteva amare ma non capire. Era necessario colmare la grande frattura tra la musica prodotta e l’oggetto della musica.

Ed è sulle note di “Il fiume e la città” che Lucio, ripreso in una sua intervista, confida di voler ricercare il contatto con la gente: è il suo manager a spiegarne le circostanze: “Lucio era uno dei pochi creativi che sapeva anche vivere”, per lui parlare con la gente era la cosa più bella, così sebbene all’inizio non ne rappresentasse gli ideali, riuscì via via a conquistarlo.

E’ nel riportare uno dei suoi concerti che il cantautore, accingendosi a cantare “Itaca”, esorta il pubblico ad una comprensione più profonda e lo invita ad un canto corale:

“Non dovete identificarvi in Ulisse ma nei suoi marinai, che per la prima volta divengono protagonisti e fanno un discoro di contestazione politica!”

Dal canto collettivo ad un incontro epifanico, il discorso passa alla decisiva collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi, che non si poté definire scambio quanto fusione di talenti. Se Roversi, per questo definito “rapace gentile”, era in grado di diventare l’anima degli altri; Lucio riusciva ad essere per tutti quanto per lui sorprendente, deludendo magicamente ogni potenziale aspettativa.

Fu solo in un secondo momento che Lucio iniziò a scrivere i suoi testi: come lui stesso afferma, preferiva quelli scritti da Roversi. Ma una ragione più profonda lo spinse ad iniziare, una crisi, il bisogno di trovare una ragione più profonda al suo lavoro.

“Quale allegria”, “Mambo”, “Il parco della luna”: la scelta diede senza dubbio i suoi frutti, anche perché – affermano i suoi amici- “Lucio era più bravo nell’istinto creativo che nella riflessione”.

Prodotto da IBC Movie con Rai Cinema in collaborazione con Avventurosa e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, un documentario che attinge dall’archivio pubblico come da quello privato. Un opera- testimonianza e un ricordo allegro e nostalgico al contempo.

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