di Anton Giulio Calenda *

 

Roma in zona rossa è bellissima.

I teatri al momento devono rimanere chiusi.

Abito a Roma, sono un drammaturgo e credo fermamente in queste due affermazioni.

Non credo ci sia bisogno di spendere troppe parole riguardo l’ultima delle due. Fintantoché i vaccini non avranno immunizzato buona parte della popolazione, aprire i teatri significa far correre rischi inutili a pubblico e addetti ai lavori. Stessa cosa vale per tutti gli altri luoghi pubblici.

Quanto alla prima, vedere la propria città svuotata dal turismo di massa, essere assorbiti dal silenzio… basta questo per sentirsi di nuovo in possesso dei nostri beni comuni.

Però.

Se i teatri chiudono, gli addetti ai lavori non possono guadagnare e vivere. È vero ed è una tragedia.

Se i negozi sono chiusi, migliaia di famiglie non possono lavorare per vivere. È vero, ed è una tragedia.

E poi, se siamo in zona rossa significa che ci sono almeno 300 morti di Covid-19 al giorno. E questa è una tragedia immane.

Ovviamente la mia è una provocazione. Opterei volentieri per il solito traffico, se questo servisse a placare l’epidemia. Non potendo fare molto però, mi godo le poche esternalità positive generate dal cigno nero: strade vuote e silenzio.

Per il resto sono ben consapevole della tragedia, sanitaria ed economica, che si è abbattuta su tutti noi.

Eppure la soluzione non sta nel contestare la bontà della scienza o l’efficacia di questo o di quel Dpcm. Beninteso, si può fare, ma non porta a molto. Perché i problemi che affliggono la società oggi, e in particolar modo il mondo della cultura, non derivano direttamente dalla pandemia o dal modo in cui essa è stata affrontata.

Hanno radici ben più profonde.

Le cose andavano bene 14 mesi fa quando la Covid-19 non era altro che influenza cinese? A mio avviso no. Se poi devo parlare a nome del settore in cui lavoro, il teatro, mi pare che le cose andassero proprio malissimo.

Come autore non sono preoccupato circa la sorte dell’arte e della cultura. Non solo, infatti, si stima che entro giugno molte fasce di popolazione saranno immunizzate (è dunque facile prospettare una prossima e più solida riapertura). Ma nel giro di uno, massimo due anni, i vaccini saranno così facilmente replicabili e a basso costo, che tutto ripartirà. E dal momento che arte e cultura accompagneranno per sempre la vicenda umana, anche noi ripartiremo.

Ma è come intendiamo presentarci all’appuntamento il vero nocciolo della questione.

Possiamo decidere di tornare a gettarci nei gorghi del precariato, ignorati dalle istituzioni. Perché no?

Ci metteremo attorno a un tavolo, a studiare la formula migliore per “vendere” e “far girare” il nostro spettacolo. Non male.

Il giorno della prima poi, chiederemo alla zia ricca di comprare uno slot intero di biglietti da 10 euro ciascuno, in modo tale da dimostrare ai colleghi che un certo giro di cassa c’è stato. Superbo!

Oppure possiamo iniziare a immaginare un modello di vita diverso.

Io, avendo avuto molto più tempo a disposizione in questo periodo, ho provato, come tante altre persone, a farlo. E proprio come tante altre persone, anche io sono giunto alle seguenti conclusioni, che condivido:

  • Reddito universale. Andiamo verso un mondo in cui, a causa di grandi progressi tecnologici e cataclismi naturali, non tutti potranno lavorare, o per lo meno non potranno farlo sempre e in maniera continuativa. Occorre allora dotare ogni persona del pianeta terra, senza distinzioni, di un reddito mensile, a vita, a prescindere dal contributo economico che tale persona offre alla comunità. Sarà un utile ammortizzatore sociale che permetterà a chiunque di affrontare quei “dardi dell’atroce fortuna” che possono presentarsi nel corso della vita.
  • Rendere pubblica e gratuita la fruizione di cinema, teatri, musei e ogni altro luogo di cultura. È lo Stato che deve finanziare l’arte, in quanto esigenza universale dell’essere umano. Non il privato. Niente di nuovo, è scritto nella nostra Costituzione…
  • Seppellire i botteghini e ogni logica di “sbigliettamento” a essi connessa.
  • Finanziare scuola e università.
  • Irrobustire la sanità pubblica.
  • Valorizzare le nostre città ponendo ingenti limiti al turismo di massa.
  • Promuovere una società sostenibile che, partendo dall’ambiente e dal territorio, metta da parte la logica del profitto e promuova il benessere psico-fisico del cittadino.

Attendiamo tutti con impazienza e dolore il giorno in cui questa pandemia sarà finalmente nient’altro che “passato”. Tragico passato.

Forse quel giorno avremo imparato che, se lo vogliamo, arte, cultura e ricerca possono diventare perni di una società alternativa, in cui ogni singola individualità sia attrice protagonista della propria e dell’altrui sorte.

Se vogliamo rivoluzionare qualche cosa, non possiamo più permetterci di pensare secondo i canoni del passato.

È un’utopia ciò che ho appena descritto. Ma se non sono gli artisti a saper sognare, allora chi?

 

 

*scrittore e drammaturgo

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