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“Oltre l’arcobaleno: quando una canzone diventa un simbolo di libertà”

Dal sogno di Dorothy Gale in The Wizard of Oz a icona culturale globale: il viaggio di Somewhere Over the Rainbow.

Come accade che una melodia che all’apparenza sembra semplicemente una celebrazione del desiderio infantile, diventi col tempo una specie di colonna sonora di ogni tipo di rivendicazioni sul tema della liberazione e dei diritti civili?

Judy Garland, nella piccola Dorothy nella pellicola “Il mago di Oz” del 1939, canta nel film il brano Over the Rainbowfoto © CNN

E’ quello che è accaduto proprio alla nota canzone Somewhere over the rainbow, lanciata da Judy Garland e diventata il motivo centrale del film Il mago di Oz del 1939. La canzone è stata celebrata da una giuria di esperti (la migliore del XX secolo) e forse – senza scomodare troppo i principi del relativismo – la soggettività in queste celebrazioni possiede un ruolo dominante (sorvoliamo su una certa somiglianza melodica e armonica con il tema dell’intermezzo dell’opera del 1895 Guglielmo Ratcliff di Pietro Mascagni).

Ma del resto si era conquistata l’Oscar come migliore canzone nel 1940 ed è pure diventata uno standard jazz, e questo la dice lunga sulla sua componente melodica, che evidentemente si prestava a far da fondale alle destrutturazioni che il jazz inevitabilmente propone.

Sia come sia, la canzone ha percorso il secolo da protagonista, dicevamo, indipendentemente dalla sua consistenza melodica o testuale. Ma qualcuno ha visto oltre le due dimensioni della composizione, andando a disvelare un sottofondo forse neanche voluto dall’intuizione compositiva sorgiva.

Una giovanissima Judy Garland, con tanto di treccine, la esegue incarnando la protagonista Dorothy, senza una particolare suggestione scenografica: un pagliaio di fianco e lo sguardo insistentemente rivolto al cielo, dove metaforicamente al termine della sua esecuzione si affaccia tra le nuvole un raggio di sole. Quanto bastava agli autori per suggerire in quel contesto narrativo l’immagine della giovane Dorothy che, frustrata dalla vita grigia e monotona del Kansas, canta il suo desiderio di un mondo magico e libero, “oltre l’arcobaleno”, dove i sogni diventano realtà e i problemi si sciolgono, simboleggiando la ricerca di se stessi e la speranza in tempi difficili (la Grande Depressione è il fondale storico su cui la vicenda si dipana), con la transizione visiva dal bianco e nero al technicolor, che accentua il passaggio dal sogno alla fantasia.  Una simbologia, tutto sommato piuttosto elementare, che però nel corso del tempo l’ha fatto diventare un brano emblema della liberazione sessuale: quella canzone e non solo. Judy Garland divenne, a sua insaputa, icona gay e l’arcobaleno evocato in quella melodia è stato trasferito sulle bandiere del movimento LGBTQ+, diventando – almeno a partire dal 1978 – universalmente noto come simbolo della pace. Il testo della canzone (gli autori, Harold Arlen per la parte musicale e E.Y. Harburg per quella testuale) non potevano che essere due ebrei trapiantati nella Grande Mela, devoti al mito di Noè e alla leggenda del Diluvio Universale che in qualche modo il brano evoca: il raggio di sole che squarcia il plumbeo orizzonte post-diluviano non è solo un fenomeno atmosferico, ma il punto di sutura tra la disperazione e la possibilità. Nella canzone questo legame diventa ancora più intimo: l’arcobaleno non esisterebbe senza quel singolo “raggio” (il sunbeam) che osa sfidare la pioggia.

Ecco come il simbolismo del raggio di sole connette la vicenda biblica alla speranza di Dorothy: quel raggio è il veicolo che trasporta i desideri “oltre le nuvole”, proprio come per Noè fu il segnale che il tempo del castigo era finito.Per il vecchio patriarca che aveva sfidato il nubifragio epocale il raggio di sole che attraversa le gocce residue del Diluvio è il simbolo del Patto. È Dio che depone l’arco di guerra tra le nuvole.Nella canzone il raggio è la forza che scioglie i problemi “come gocce di limone” (lemon drops), la nostalgia per un mondo dove la felicità è possibile. In entrambi i casi, l’arcobaleno funge da ponte.

Più di recente, nel 1993 c’è stato un rilancio universale della canzone e del suo significato, grazie alla versione di Israel “Iz” Kamakawiwoʻole, il cantante hawaiano che l’ha proposta nel mash-up con il brano What a Wonderful World di Louis Armstrong.

Il raggio di sole, che nel mito di Noè era un patto divino (e nel Kansas di Dorothy una fuga onirica), subisce con lui una metamorfosi radicale. Quando la sua voce, sottile come un filo di seta e potente come l’oceano, intona Somewhere Over the Rainbow accompagnata solo da un ukulele, l’arcobaleno smette di essere un ponte verso l’altrove e diventa una radice piantata nella terra.  Iz non cantava per scappare dalle Hawaii: cantava per reclamarle. Il suo arcobaleno è un richiamo alla bandiera delle Hawaii, un simbolo di dignità in opposizione alla mercificazione turistica delle isole. La sua voce, che sfidava le convenzioni estetiche e di genere (con quella delicatezza quasi ultraterrena in un corpo tanto massiccio, da sfinirsi presto, appena trentottenne), è diventata un rifugio. Il raggio di sole è la libertà di essere “oltre” le etichette, esattamente come i colori dell’arcobaleno non hanno confini netti tra loro ma sfumano l’uno nell’altro.

Israel “Iz” Kamakawiwoʻole, il cantante hawaiano che ha proposto Over the Rainbow – foto © Ukulele Magazine

Quasi a ribadire che il raggio di sole che genera l’arcobaleno non è più un segnale di “fine tempesta”, ma un atto di resistenza culturale.

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Over the Rainbow – di Harold Arlen, E.Y. Harburg – 1939 – Leo Feist, Inc.

What a Wonderful World – di Bob Thiele, George David Weiss – 1967 – ABC Records

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