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Lucia Calamaro riporta in scena l’angoscia del presente

Al Piccolo Eliseo, l’atteso ritorno teatrale della regista di Antartica trasforma la precarietà economica in una questione esistenziale, tra ironia, disincanto e fragilità quotidiana.

Ci sono paure che non fanno rumore, ma finiscono per occupare ogni spazio della nostra vita. La paura di non farcela, di perdere ciò che si è conquistato con fatica, di scoprire che il futuro promesso non arriverà mai. Dopo sei anni di chiusura, il Piccolo Eliseo riapre le porte e inaugura una nuova stagione teatrale con Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro, in scena dal 2 al 25 ottobre.

Che cosa succede in Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni? (Il titolo è un rimando al verso shakespeariano dell’Enrico IV “So shaken as we are, so wan with care”). Non molto, direbbero alcuni. E però, pur non sbagliandosi del tutto, avrebbero al contempo detto una mezza fesseria. Perché il nuovo spettacolo che segna il ritorno della regista dietro le quinte teatrali, non ha bisogno di un’impalcatura narrativa per esistere, intrattenere e, soprattutto, far riflettere. Non c’è una storia che proceda secondo un ordine riconoscibile, né un intreccio che prometta di condurre da qualche parte. Ci sono piuttosto personaggi, discorsi, divagazioni, pensieri che si accavallano e prendono strade impreviste. C’è, insomma, la vita, con la sua ostinata tendenza a non assomigliare mai a una storia ben raccontata.

Sarà per le guerre, per il cambiamento climatico o forse per una congiuntura storico-sociale che ci ha scagliati dalla vertigine della libertà all’angoscia della (im)possibilità, dopo averci lasciato intravedere appena un paio di cifre in più sul prezzo del detersivo per i piatti; fatto sta che il pallore e le preoccupazioni di Daniele (Daniele Parisi) e Gioia (Gioia Salvatori) te le senti addosso, ti risuonano dentro. Come ci ha ben abituati Calamaro, sul palco si materializza tutto quello che normalmente accade dentro le nostre teste mentre cerchiamo di tenere insieme i pezzi di una quotidianità sempre più complicata.

Questi due ultraquarantenni, dalla volontà di potenza commovente che si scioglie come un ghiacciolo al sole di una burocrazia statale che non tende mani, ma funi scivolose di parole vuote, sono i «nuovi poveri». In realtà, si affacciano sulla soglia della povertà senza nemmeno potersi rispecchiare del tutto in essa: sono istruiti, leggono Balzac, vanno in palestra e in psicoterapia, per poi avere a malapena qualcosa da mettere in tavola. Eppure rimangono ostinatamente aggrappati a uno stile di vita borghese, o a quel che ne rimane.

Assomigliano ai poveri di una volta? Per niente. E a dimostrarlo è lo spettacolo stesso. Basta un cambio di fondale, la carta da parati al muro, e in un attimo ci ritroviamo in un interno popolare d’altri tempi. A metà spettacolo, gli attori entrano — con grande maestria, peraltro — nei panni della vecchia e prevedibile famiglia proletaria: toni alti, cadenze di borgata, screzi continui scandiscono la quotidianità di una coppia, con annessa sorella di lui, in una convivenza forzata e dettata da ragioni utilitaristiche. I tre sopravvivono grazie alle scarse rimesse del marito di quest’ultima, emigrato in terre lontane. Una Commedia umana a cui, però, l’autore non è invitato. «Io ‘sto Barzacche non lo capisco»: ergo, dei libri si può fare a meno.

Ma poco dopo, anche a casa di Daniele e Gioia sono i libri a farne le spese, finendo sparsi sul pavimento. Un’immagine che ritorna, simbolo stesso di Smarrimento: come se la cultura, con tutto il suo carico di promesse emancipatorie, non riuscisse più a offrire un appiglio, né a sottrarre i personaggi alla precarietà che li circonda. I libri cadono, ancora una volta, e con loro sembra vacillare la fiducia nel sapere come strumento di riscatto.

A rompere più volte la quarta parete ci pensa Barbara (Barbara Chichiarelli), impiegata pubblica illuminata e di buon animo, con il piglio di un’allenatrice che sembra determinata a risollevare le sorti di una squadra un po’ troppo incline allo sconforto (o li sta sadicamente prendendo in giro? Non è mai chiaro fino in fondo). È lei a sospendere la simulazione, rivolgersi direttamente al pubblico e aprire parentesi di carattere sociologico che, lungi dall’essere semplici divagazioni, finiscono per offrire una chiave di lettura dell’intero spettacolo. Fra queste, quella sull’hauntology è forse la più significativa: un concetto che Mark Fisher riconduce al postmodernismo (“Postmodernism is, of course, the dead end from which hauntology starts”), ovvero la nostra crescente difficoltà a immaginare un futuro autenticamente nuovo, se non attraverso il recupero di futuri già immaginati e di passati che continuiamo a reinventare.

Daniele, Gioia e molti altri di noi sono figli di un immaginario che continua a promettere loro una vita possibile, mentre le condizioni concrete per realizzarla vengono meno. La loro inquietudine è economica, certo, ma anche temporale. Vivono in un presente che non mantiene le promesse del passato e che, proprio per questo, fatica a produrre un futuro in cui credere. Forse rimarranno bloccati per sempre in questo limbo atemporale; forse li ritroveremo, loro che non sanno neanche dare un nome al loro rapporto, a reimmaginare gli anni ’60 di Giorgio Albertazzi e Monica Vitti, nel loro personalissimo remake di Ti ho sposato per allegria. Oppure li rivedremo sempre pallidi e turbati tra un po’di tempo, magari in un altro atto unico di 100 minuti senza musica, in cui come dicevamo non succede molto, ma c’è, insomma, la vita. Che tende ostinatamente a non somigliare mai ad una storia ben raccontata.

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Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni – Testo e Regia: Lucia Calamaro – Cast: Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori – Scene: Fabiana Di Marco – Costumi: Elisa Pensa
Disegno Luci: Gianni Staropoli – Aiuto Regia: Emilia Verginelli – Produzione: Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale – Piccolo Eliseo di Roma dal 2 al 25 ottobre 2026

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