di Miriam Bocchino

 

 

In scena al Teatro Quirino, fino al 16 febbraio, la commedia di Luigi Pirandello “Liolà”.

L’adattamento, del regista Francesco Bellomo, si apre con una scena di vita quotidiana, in una Sicilia povera ma fiera: nel borgo marinaro di Porto Empedocle le donne si dedicano alla pulitura dell’origano, cantando e chiacchierando tra di loro.

Ad osservare il lavoro delle fanciulle, zia Croce (Anna Malvica), cugina del padrone, e sua figlia Tuzza (Roberta Giarrusso), schiva e di pessimo umore quel giorno.

Il padrone, zio Simone (Enrico Guarneri), che sopraggiunge tra il rumore delle onde e quello dei pettegolezzi, diviene con il trascorrere del tempo sempre più collerico: il suo non riuscire ad avere figli, dopo quattro anni dal matrimonio con la giovane ed orfana Mita (Alessandra Ferrara), è motivo di disonore per lui e per la sua mascolinità e causa di scherno.

Si contrappone a zio Simone il giovane ed irriverente Liolà (Giulio Corso).Padre di tre bambini, ha accolto in casa i pargoli, dopo l’abbandono delle loro madri, e gli ha affidati a sua madre Ninfa (Nadia Perciabosco), che adora il figlio nonostante la consapevolezza della sua vera natura, di uomo dedito ai piaceri della vita.

Liolà con spavalderia e noncuranza schernisce zio Simone, proponendogli un figlio in vendita, tra le risate delle donne.

Una sola donna non ride e non parla: Tuzza, la quale si è disonorata rimanendo incinta di Liolà. Tra la disperazione della madre, racconta di averlo fatto per punire Mita, colpevole di essersi sposata con zio Simone e di aver acquisito tutte le sue ricchezze. Ma Tuzza non si perde d’animo ed escogita un modo per avere ciò che crede gli spetti: propone a zio Simone di far crescere il figlio come suo e di farlo divenire suo erede. Fa ciò, nonostante Liolà, sacrificando la sua libertà, le avesse proposto di sposarlo.

Liolà emerge, nella commedia di Luigi Pirandello, come l’unico che, nonostante il suo modo di vivere, possiede un codice morale e di condotta: non abbandona i figli, tenta di divenire un uomo responsabile con Tuzza e non si piega ai capricci del padrone e della donna.

La pièce rappresenta una Sicilia secolare, fatta di tradizioni da rispettare e da onore da salvaguardare ma, anche, la brama di ricchezza che induce a tradire quello stesso onore. Brama di ricchezza che, ognuno dei protagonisti, esplicita in modo diverso: non è solo presente in Tuzza, ma anche nella madre che accetta tacitamente l’accordo e nella stessa Mita, che sceglie di sposare un uomo più grande e che non ama per ovviare alla sua condizione di orfana.

Liolà si riscatta e ci induce alla sorpresa: un personaggio, inizialmente gretto, diviene l’unico che dimostra una parvenza di morale ed orgoglio.

Gli attori, principalmente siciliani, sono convincenti nel ruolo interpretato e la cadenza dialettale, non particolarmente marcata, consente anche ad un pubblico “estraneo” a quei suoni, di comprendere l’opera. “Liolà”, infatti, non è uno spettacolo solamente di parole ma è soprattutto fatto di gesti e toni.

Cast: Giulio Corso, Enrico Guarneri, Roberta Giarrusso, Alessandra Ferrara, Margherita Patti, Alessandra Falci, Sara Baccarini, Giorgia Ferrara, Federica Breci, Nadia Perciabosco, Anna Malvica.

Scene e costumi: Carlo De Marino  – Musiche: Mario D’Alessandro e Roberto Procaccini – Regia: Francesco Bellomo

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