di Roberto Berlini

 

Mercoledì 27 aprile al Teatro di Documenti è andato in scena “Il Rondò del Caffè Ristoro” di Stefania Porrino. Prima della rappresentazione c’è stato un incontro con la regista sul tema “Maestre d’Arte” e un collegamento telefonico con Dacia Maraini.

È sempre piacevole, prima di uno spettacolo, avere l’occasione di poter conoscere chi ha diretto e scritto l’opera che si vedrà in scena. Questo è stato il caso della piccola conferenza che ha preceduto lo spettacolo “Il Rondò del Caffè Ristoro” di Stefania Porrino. Questo piccolo convegno aveva il titolo di “Maestre d’Arte”: ovvero il ruolo degli insegnanti nel saper coltivare e indirizzare le capacità dei giovani artisti.

L’incontro ha generato profonde analisi, che hanno portato Stefania Porrino a raccontare l’inizio della sua carriera e il rapporto che ebbe come allieva con Dacia Maraini. Per motivi di salute quest’ultima non ha potuto partecipare alla presentazione ma è stato tuttavia significativo il suo piccolo intervento telefonico.

Quello delle “Maestre d’Arte” è il tema centrale dello spettacolo “Il Rondò del Caffè Ristoro” che Stefania Porrino scrisse al termine del corso che ebbe con Dacia Maraini: vincendo il III premio “Anticoli Corrado” nel 1984.

La storia ha visto come interpreti Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Alessandro Pala Griesche, Carla Kaamini Carretti e Silvia Montobbio.

Lo spettacolo è stato una “mise en espace”, ma questo non ha inficiato sulla godibilità della storia. La forma della sala teatrale, stretta e lunga, dove il palco era sul lato lungo e difronte il pubblico ha creato interessanti momenti di dinamicità. In molti casi il pubblico non sapeva dove guardare – scrivo questo come pregio dello spettacolo – in quanto la storia sembrava spesso correre su due o più binari. Lo spettacolo proponeva le tre età di una donna, la fanciullezza, la giovinezza, e l’età adulta, e le varie problematiche e insicurezze che possono emergere in ognuno di questi momenti della vita.

I temi principali della storia erano il teatro e la musica, le due grandi passioni della regista e non è difficile immaginare come questa storia, in fin dei conti, abbia un qualcosa di autobiografico. La “mise en espace” è stata una occasione per apprezzare maggiormente la qualità dei vari attori. Ha conferito allo spettacolo un non so che di privato e di riservato: pareva di essere di quei privilegiati che hanno spesso la possibilità di assistere alle prove di uno spettacolo. Momento quest’ultimo sempre magico.

Il copione e gli attori: un connubio che sul palco poteva ricordare benissimo la prosa radiofonica. Dico questo anche perché gli interpreti, tutti quanti, avevano una voce chiara e ottima dizione. La presenza di qualche elemento di scena suggeriva i luoghi, ora il caffè ora la casa.

A distanza di tempo, per lo stile e per i temi affrontati, “Il Rondò del Caffè Ristoro” risulta uno spettacolo ancora attualissimo. I dilemmi delle tre età sono sempre quelli, ma interessante e ben riuscito è il modo in cui sono stati portati sul palco. Tanti punti di fuga a raccontare più storie.

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