di Paola Tiriticco

 

Bastano i nomi del cast per spingere chiunque a guardare questo film, uscito in America a dicembre 2020, e disponibile adesso anche da noi, per l’acquisto ed il noleggio, sulle maggiori piattaforme.

“Lasciali parlare” è l’ultimo lavoro di Steven Soderbergh, regista indipendente e sperimentatore, fin dalla sua Palma d’Oro a Cannes nel 1989 per “Sesso, bugie e videotape”, che segna un’epoca e fa di lui il più giovane regista a vincere questo premio.

Nel 2001 un altro film “Traffic” gli vale l’Oscar per la migliore regia, mentre Erin Brockovich consente a Julia Roberts di vincere la statuetta come migliore attrice protagonista. Lunga ancora la lista dei suoi successi, tra tutti Ocean’s eleven.

Il copione di Deborah Eisenberg è solo un tenue filo che tratta dei rapporti tra le persone e Soderbergh ha bisogno di attori di primo piano che possano svolgere e approfondire questa labile traccia con dei dialoghi tutti da improvvisare.

La trama appare subito come un pretesto per scandagliare rapporti vecchi di decenni e vite passate a masticare insuccessi e occasioni mancate.

Meryl Streep è Alice Hughes, newyorkese scrittrice famosa in crisi di ispirazione, che decide di andare a ritirare un prestigioso premio letterario a Londra con un transatlantico, per aggirare la sua paura di volare.

Invita a viaggiare con lei due vecchie amiche del liceo che non vede da anni, anzi sembra che di loro non conosca nemmeno troppo bene le vicende di vita: Dianne Wiest (Susan) e Candice Bergen (Roberta) resa cinica ed avida da una vita che non è andata come lei sperava. Per lei, tra fallimenti e vessazioni, la traversata sembra l’occasione per rivendicare i torti subiti e cercare in un ricco crocierista la soluzione ai suoi problemi.

C’è poi il giovane nipote di Alice, Tyler, un bravissimo Lucas Hedges, che assiste attonito, stupito, troppo ingenuo o disinteressato per capire cosa si stia svolgendo sotto i suoi occhi.

Infine viaggerà sulla stessa nave l’agente di Alice, Karen, interpretata da Gemma Chan, focalizzata anche lei sul proprio tornaconto: portare alla casa editrice un nuovo manoscritto da pubblicare.

L’egoismo, il cinismo avido, il senso di rivalsa e la centralità del denaro la fanno da padroni in tutte le relazioni.  Le interazioni tra i personaggi sono scarne, spesso lasciano intendere fatti e intrecci che lo spettatore fatica a comprendere.

Non sono certo né la storia né i dialoghi la parte centrale del film, la maestria sta nel modo di fare cinema di Soderbergh, nella sua sperimentazione anche tecnica.

Il film è stato girato in meno di due settimane, in un set veramente ambientato sulla nave “Queen Mary 2”.  Tra le nuove tecniche di ripresa, qui non ha usato lo smartphone che oggi ha rivoluzionato il modo di fare documentari o cortometraggi, ma invece una piccola cinepresa , la Red Camera, che permette di muoversi con una troupe ridotta e di rendere l’atmosfera più intima, quasi da video casalingo.

L’interpretazione di tutti gli attori incanta ed è già un motivo valido per vedere il film, la fotografia e la regia (Soderbergh firma entrambe oltre al montaggio) sono davvero innovative. Meno avvincenti sono invece la storia e la descrizione dei personaggi, lasciati sospesi e legati a dialoghi asciutti e poco empatici.

Il punto forte della pellicola è l’immagine, laddove ancora una volta Soderbergh ha qualcosa di nuovo da dire e da mostrarci.  La bravura di tanti bravi attori compensa la difficoltà di entrare in empatia con i personaggi.  Il risultato può convincere o meno, ma senz’altro è da apprezzare un cinema che cerca sempre nuove strade per esprimersi.

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