Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

L’architettura dell’assenza: il privilegio del silenzio

Analizziamo un concetto che in musica viene sottovalutato: quello del silenzio

The Sound of Silence, cantavano nel 1965 Simon & Garfunkel in un loro celebre brano.

Dopo la grancassa di Capodanno e il liquame musicale esondato dai canali tv per “festeggiare” l’anno nuovo, ci si impone, prepotente, il desiderio di parlare del silenzio nella musica. Niente di così strano in fondo, si tratta solo di capirci: si ha spesso l’erronea convinzione, (o forse sarà la dittatura dell’udito), che la musica sia un’occupazione dello spazio, una sorta di colonizzazione dell’aria tramite vibrazioni e insistenze sonore.

Paul Simon e Arthur “Art” Garfunkel – © GQ Italia

Ma basta prestare davvero orecchio al dipanarsi di una melodia per accorgerci che la musica non è fatta di note, o almeno non solo. E’ fatta, in misura perfino maggiore e a volte più significante, di ciò che le note tralasciano, di quel vuoto perimetrato dalla partitura in musica e che, per mancanza di un termine più preciso (o forse per timore di ciò che non parla), chiamiamo silenzio. Sarà che la ragione per cui oggi il silenzio ci terrorizza, spingendoci a riempire ogni istante con una colonna sonora onnipresente e banale, è che il silenzio ci costringe all’ascolto di noi stessi. In una composizione, il silenzio è il momento della verità: è lì che si misura la tenuta di un’opera. Se il silenzio è vuoto, l’opera è vana; se il silenzio è vibrante, allora siamo di fronte a qualcosa che somiglia al destino. Esattamente come accade anche nel teatro, dove gli interpreti di maggior spessore sanno giocare con sapienza e intensità con le pause piene, come fossero al cospetto di un passaggio di copione di altissima densità.

In fin dei conti, ogni brano musicale non è che un lungo, elaborato e talvolta magnifico ritardo dell’inevitabile ritorno al silenzio finale.

Del resto, uno che se ne intendeva, Mozart, sembra avesse per primo teorizzato che “La musica non è nelle note, ma nel silenzio tra di esse.”

Scrivere di musica, o comporla, somiglia molto a quel vizio – o virtù – che è il tacere nelle conversazioni cruciali. Il vero scrittore, per dire, sa bene che le parole dette sono spesso solo un paravento (o un succedaneo appena dicibile) per quelle taciute.

E nella musica accade lo stesso. Una pausa non è mai un’interruzione del pensiero musicale; è, al contrario, il momento in cui quel pensiero si fa più denso, quasi insostenibile. Nell’istante di sospensione prima che l’archetto tocchi la corda o il pianista prosegua il suo scorrazzare sulla tastiera, risiede il respiro dell’esecutore, oppure nel tempo che occorre all’ultima nota per svanire risiede la risonanza, laddove l’ascoltatore coglie in pieno ciò che è appena terminato. Infine c’è l’attesa, cioè l’intervallo che separa due movimenti.

Senza il silenzio, la musica sarebbe un rumore bianco, un’aggressione continua che non lascerebbe spazio alla memoria. Perché la musica, come la vita o come un romanzo che valga la pena di essere letto, ha bisogno di zone d’ombra. È nel silenzio che la nota precedente continua a vibrare nella mente, trasformandosi in ricordo prima ancora che si sovrapponga la successiva.

In questo senso, il compositore agisce come un architetto che non si limita a progettare muri, ma che dispone le pietre affinché si possa ammirare il vuoto tra di essi.

E come dimenticare Debussy vero maestro dell’Impressionismo, che aveva teorizzato che la musica non vola sulle note, ma tra le note, usando il silenzio per creare atmosfere, sfumature e un senso di tempo “aperto”, come si vede nel suo uso del pianoforte per effetti quasi pittorici e sfumati, sì da creare una musica dove l’atmosfera e il colore sono più importanti del disegno melodico tradizionale. Tutta un’altra funzione quella del silenzio mozartiano (nelle opere, specialmente nelle arie), per dare spazio all’interprete e all’ascoltatore per riflettere e sentire l’emozione, o nelle sinfonie per creare tensione drammatica prima di un’esplosione orchestrale. 

Tutto questo che precede sembrerebbe un perfetto preludio per parlare di uno dei più famosi orchestratori del silenzio in musica: John Cage, l’autore del famoso 4’33’’, laddove la Berliner Philarmoniker (visibile ancora in rete) si esibisce in una partitura di silenzio lunga appunto 4 minuti e 33 secondi per coinvolgere il pubblico ad ascoltare, veicolato dal fermo “freezato” dell’orchestra, il suono del circostante. Per convenire che il silenzio non esiste, che c’è sempre il suono. Il suono del proprio corpo, i suoni dell’ambiente circostante, i rumori interni ed esterni alla sala da concerto, il mormorio del pubblico se ci si trova in un teatro, il fruscio degli alberi se si è in aperta campagna, il rumore delle auto in mezzo al traffico. Cage vuole condurre all’ascolto dell’ambiente in cui si vive, all’ascolto del mondo. È un’apertura totale nei confronti del sonoro. Una rivoluzione estetica

La sua è stata un’esperienza di avanguardia, preceduta da teorizzazioni raccolte in più di un saggio sul valore musicale del silenzio, ma ben prima di lui, compositori come Beethoven, nei suoi quartetti tardi, avevano sfruttato il silenzio per evocare il dramma interiore (facile per lui, sprofondato nella sordità), costruendo atmosfere drammatiche o di pace interiore.

E come non citare Caparezza, che ha pubblicato di recente il suo ultimo album Orbit Orbit (uscito lo scorso 31 ottobre): come ha dichiarato lui stesso, dopo essere stato colpito dall’acufene che lo ha privato dell’udito (proprio come Beethoven), ha ritrovato l’ispirazione artistica tramite il fumetto – una sua vecchia passione – che lo ha influenzato nella realizzazione del disco.

Caparezza

Laddove la sordità ha creato ostacoli, sono intervenute l’arte visiva e l’immaginazione, contribuendo alla rinascita di un artista “bloccato” in un mondo silente, dove le note musicali avevano perso il loro senso originario, e anzi dando nuovo significato a quei suoni e a quella musica, mescolandosi e confondendosi con loro, per dare vita a un’opera intensa, profonda, che parla di un viaggio silenzioso (attraverso lo “spazio” metaforico e concettuale cui fanno riferimento le 14 tracce dell’album) alla scoperta di se stessi e del proprio “io”.

E l’elenco è tutt’altro che esaustivo.

Ma ora c’è bisogno di un po’ di silenzio.

_________________

The Sound of Silence – di Simon & Garfunkel – dall’album The Singer – prodotto da Tom Wilson – Columbia Records – 1965

4’33’’ – composizione moderna di John Cage – 1952

Orbit Orbit – di Caparezza – scritto da Michele Salvemini, Gaetano Camporeale e Alfredo Ferrero – prodotto da Michele Salvemini – BMG – 2025

error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]