di Alessia De Antoniis

 

Naufragar è dolce nella Tempesta di Roberto Andò, la cui prima romana è stata ospitata al Vascello di Roma, dove replicherà fino al 19 gennaio.

Sulla trama shakespeariana, il regista palermitano, aiutato nell’adattamento da Nadia Fusini, tesse un ordito prezioso creando un tessuto di raro pregio.

In uno spazio scenico complesso quanto stupefacente, nato dalla creatività di Gianni Carluccio e realizzato da Giuseppe Ciaccio, Sebastiana Di Gesù e Carlo Gillè, dove si fondono la maestria della tradizione scenografica teatrale e la visione cinematografica del regista, Prospero comanda la sua tempesta, i suoi naufraghi e le forze della natura.

Prospero che, perso il potere temporale, conserva quello ben più potente della magia, che gli consente di governare non sulle persone ma sulle loro menti, è una figura estremamente moderna. È sì un mago che gioca con gli elementi, l’acqua della tempesta che piove sul palco grazie al sipario che goccia su un pavimento allagato, la terra rappresentata da Calibano e l’aria di Ariel, ma è anche un regista che governa le menti degli uomini.

Il Prospero di Andò è Renato Carpentieri(ora al cinema nel film Hammamet), attore di grande talento chepadroneggia la scena come Prospero le arti magiche.

Carpentieri veste con maestosa naturalezza i panni di un eroe del fallimento, un politico distratto dalla lettura, dalla cultura, un uomo che, derubato del suo regno, attraversa l’odio e il rancore per sublimarli nel perdono. In questo senso è un mago: “in me ago”, “in me mag ago”, colui che porta dentro di sé ciò che appartiene al mondo profano per purificarlo attraverso il fuoco della conoscenza, arrivando a quella consapevolezza che, nell’ultima scena, gli consentirà, ormai libero dagli attaccamenti, di smettere gli abiti dell’alchimista, indossare una giacca e lasciare liberi coloro che aveva asservito al suo potere.

Un libro pop-up si apre all’inizio della prima scena, tenuto in mano da Ariel che, rompendo la quarta parete, si fa strada tra il pubblico mentre crea il suo sortilegio, e un libro si chiude alla fine, quello degli incantesimi di Prospero che si rivolge direttamente agli spettatori e poi esce di scena per sedersi dal loro lato, per osservare la realtà con occhi diversi, cambiato d’abito e di mente.

Filippo Lunarende Ariel unico, contribuendo con un notevole impegno fisico e attoriale a creare il giusto contrappeso all’imponenza di Prospero, al suo carisma, ricordando a tratti le movenze di un arlecchino della commedia dell’arte. L’espressività del suo volto coperto di biacca, dove campeggiano occhi spiritati, vale intere battute.

Presi dalla commedia dell’arte sembrano anche Trinculo, Paride Benassai
e Stefano
Francesco Villano,che ricevono applausi a scena aperta. La loro comicità, resa ancora più viva dall’uso del dialetto siciliano e di quello napoletano, apportano colore e leggerezza.

Calibano,Vincenzo Pirrotta, ricorda Quasimodo della Disney nelle fattezze e nei movimenti, ma con l’atteggiamento servile e rancoroso di Gollum del Signore degli anelli.

Usurpato del potere da Prospero, al quale Antonio aveva precedentemente riservato la stessa sorte, sarà l’unico a rimanere, tra urla strazianti, su quell’isola che considera il suo tesoro. In fondo,per essere liberi da se stessi e dagli altri, ci vuole coraggio.

Un cast di attori di spessore si muove su più più piani, con personaggi resi a tratti evanescenti dall’uso del fondale di tulle e dal sapiente uso delle luci del light designerAngelo Linzalata,fondendo così cinema, con le sue tecniche di montaggio, e teatro, in un gioco di immagini che consente una mise en place moderna nel rispetto dei canoni tradizionali.

La scelta di trasformare l’isola in una casa è spiegata dallo stesso regista: “Nella visione che abbiamo voluto darle con Gianni Carluccio – scrive Andò nelle note di regia – l’isola è diventata una casa disastrata, allagata dalla pioggia e dal mare, di cui Prospero ha fatto il laboratorio di una speciale esplorazione dell’anima, un interno-esterno circondato da un mare all’inizio in tempesta, poi calmo e, alla fine, quando Calibano resta il solo abitante dell’isola, di nuovo in preda a un disordine di cui non si prefigura l’esito”.

I flutti di questa potente Tempesta sembrano tuttavia, a tratti, infrangersi con meno forza. Ciò potrebbe essere dovuto alla differenza tra un cast di esperienza teatrale e i giovaniPaolo Briguglia, nel ruolo di Ferdinando,e Giulia Andò, in quello di Miranda, forse più abituati alla macchina da presa che alle tavole del palcoscenico. Probabilmente troppo impostati, frenano la potenza espressiva e attoriale dei colleghi.

Quella di Roberto Andò è una rilettura più intima, forse più in sintonia con la chiusura di un percorso, con quell’addio alle scene che la Tempesta rappresenta nella vita di Shakespeare che, come Prospero, chiude per l’ultima volta il suo libro.

Uno spettacolo da vedere, senza inutili paragoni, lasciandosi trasportare in un regno magico, quello di Rroberto Andò, di Shakespeare, di Prospero, in nostro.

Peccato l’uso dei microfoni. Quelli dovrebbero restare solo in televisione.

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