di Giorgia Leuratti

 

Un fascio di luce, un calcio, un oggetto che rotola sulla sua traiettoria; flessuoso un corpo di donna percorre quella strada, barcollando, inciampando: “Scusate, ho dimenticato di respirare”.

E’ sull’iterazione convulsa della parola, della caduta che si sviluppa “La rivolta degli oggetti”, riallestimento dell’omonimo spettacolo di “La gaia scienza” diretto dai suoi originari interpreti (Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi) e presente al Teatro India di Roma fino al 3 Novembre in coproduzione con REf19.

Il corpo crolla, si avviluppa su se stesso, afferrato da altri corpi, urta nuovamente il suolo; la lotta si tramuta in abbraccio, l’abbraccio in composizione dinamica, architettura instabile: se la successione di movimenti, la loro collisione si annuncia come evidente richiamo di quella controcultura degli anni 70 che dell’opera è viva radice; altrettanto lampante è l’inserimento di un testo, quello di Majakowskji, che appare qui volutamente spezzato, per vivificare la suggestione della scena.

Ed ecco, tre paltò, tre cappelli: a contatto con la sagoma, l’oggetto prende vita; si ribella alle spalle, alle dita, agli arti fino a costringerli a piegarsi su inumane convulsioni: secondo un’organicità che- alla maniera di Grotowski- scatena l’impulso dall’interno, troviamo in quel gesto il rovesciamento di funzioni e attributi fisico- spaziali che fino a quel momento apparivano immutabili.

Sebbene – lo teniamo presente- quella rivoluzione sia già avvenuta, costruendosi sotto l’influsso del costruttivismo di Mejerchol’d, della Post Modern Dance; riproporre oggi tale sperimentalismo equivale alla diretta formulazione di nuovi interrogativi: laddove il contatto tra corpo e oggetto aveva veicolato l’insorgere di un teatro non rappresentativo, esacerbazione di questo binomio in un cronotopo divergente, produce inevitabilmente nuove suggestioni.

Nell’atto di trarre la parola dalle labbra, di diffonderla poi nello spazio attraverso il gesto, gli attori si predispongono a costruire un movimento che sia la metafora della parola stessa: l’acqua che l’attore rovescia sulla propria nuca fa sì che le parole che escono dalla sua bocca risultino deformate; sulla stessa scia semantica, deviata è la funzione del violino, della pistola, della stella, degli altri oggetti che copongono la scena.

Riflettendo sulla rivoluzione dell’atto poetico, direzionandosi verso un’apparente scissione del significante dal suo significato, ci accorgiamo come gli attori stessi (Dario Caccuri, Carolina Ellero, Antonio Santalena) sembrano espropriati da una funzione meramente attoriale divenendo ora ballerini, ora oggetti, ora strumenti per l’enunciazione di una struttura più grande.

“Ecco vedete, bisogna spezzare le cose” – sul leitmotiv di una frantumazione che è passaggio necessario per lo stravolgimento della realtà abitata, avviene la rivendicazione da parte del poeta/ Majakowskji del suo ufficio: uno stesso strumento diviene espressione multiforme, primo fra tutti un fazzoletto scarlatto che, stretto fra le mani degli interpreti, è benda, mantello, poi rivolo di sangue.

Con gli interventi scenografici di Gianni Dessì, le luci di Tiziano de Russo, uno spettacolo che a distanza di più di quarant’anni vuole ricreare quell’intima fusione, quella creatasi dal 1976  nel fulcro utopico del Beat72.

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