di Giorgia Leuratti

 

 

AN ODYSSEY

 

“Al rumore dei tuoni, quando alla vostra sinistra comparirà una luce, uno di voi si alzerà e leggerà questa poesia” – questo l’incipit di “An Odyssey”, progetto di creazione collettiva che lo scorso 16 Giugno, nell’ambito del “Festival Dominio Pubblico”, animava gli spazi del teatro India di Roma.

Se al nostro ingresso troviamo un palco già dinamico dove si consuma una danza gioiosa, dinamica; allo spegnersi delle luci la platea si rabbuia e lo spazio scenico ritrova la sua quiete.

Bianchi pannelli opalescenti, dietro di essi si intravede l’accenno di un movimento lieve, tra di loro un passo a due, più lento, più lieve del ballo d’esordio.

“Gli dei sono invidiosi della nostra amicizia (…) niente ci avrebbe diviso”; la voce risuona nell’ombra mentre dai teli sospesi le figure fuoriescono e si fondono alle altre in un abbraccio collettivo.

Opera del Dipartimento di Theatre Arts della Middlesex University of London, lo spettacolo assume una forma dichiaratamente corale dalla cui azione scaturisce la ricerca variopinta e incessante di linguaggi nuovi; ponendo in relazione la traduzione dell’Odissea di Emily Wilson con la famiglia, colta nella quotidiana lotta degli affetti; esso vuole dimostrare come il poema, in veste di classico, sia in grado di produrre una linfa sempre nuova, un senso che continuamente riesce ad adattarsi alle circostanze di contesti diacronici e mutevoli.

Vi è abbandono, vi è dolore, vi è senso di appartenenza; da essi scaturisce la voluta iterazione di cantilene, nenie, ripetizioni che da sempre contribuiscono a fare della famiglia un ambiente nicchia, un rifugio in tutte le sue connotazioni.

Traslando l’occhio dal globale al particolare uno stesso contesto viene “zoommato” e dunque considerato nei suoi aspetti più segreti e sottili: l’oscillazione dei rapporti, la nostalgia, l’amore, sono spesso innesti per rifiuti e rancori; se la coreografia riesce ad esprimere ora la rabbia, ora la gioia della condivisione; il ricorso di materiali scenici come le maschere riflette l’identità del singolo dinanzi al contesto collettivo.

Lo spettacolo di Simone Giustinelli vede una triplice regia composta da Effie French, Ken Nakajima, Yusuf Niazi, Bronwen Sharp; è pièce che alterna teatro e danza e nel ricorso a questi linguaggi trova un’universalità comunicativa resa ancor più dinamica da interpreti come Emily Linzey, Pedro Santos, Tania Miranda de Carvalho e  Josh Impey.

 

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