La mano sinistra

“La mano sinistra” all’India

Da latino mancus, storpio, e per secoli considerata sbagliata, diversa, diabolica, la mano sinistra – e di conseguenza i mancini – è stato il simbolo della deviazione, ma anche dell’occultismo. La mano sinistra che oggi si ritaglia un posto da protagonista, non come la mano sbagliata, ma come una mano che lascia spazio al sogno, all’incubo, a ciò che non conosciamo, a ciò che non è ordinario.

Dal 13 al 25 “La mano sinistra” va in scena al Teatro India, portando sul palco giochi di luce e musica, con performance che rimangono nel complesso limbo tra l’avanguardia onirica e surreale e la sola pretesa di questa, per portare il pubblico in questo viaggio sensoriale che ha più ombre che luci, metaforicamente parlando. È su questa linea sottile che si muovono le attrici e performer, calpestando prima un lato e poi l’altro durante il corso della serata. Quello a cui si assiste è un pomposo mix di buone intenzioni che spesso però risultano inconsistenti, mentre la parte più tecnica, suoni e luci, funziona meglio di quella che ci immaginiamo possa essere la più espressiva, quella poetica. Effettivamente se lo spettacolo segue le parole e il testo che narrano soprattutto ciò che non c’è, cercando di stuzzicare l’immaginazione, anche il canto e la danza sono protagonisti del palco. Ecco, quindi, un insieme di “arti e mestieri” che si sovrappongono e si alternano per ricreare una relazione tra materia e non-materia, sogno e realtà, incantesimo e magia.

Foto di Edoardo Vezzi

Nell’arte, nella performance, soprattutto quella contemporanea, la reazione che si ha di fronte all’opera non può che essere soggettiva. Una musica penetrante e una luce stroboscopica possono ricreare un’atmosfera effettivamente visionaria; un testo meno potente può riportare alla realtà, invece di spingerci nell’irrealtà; una danza in cui i corpi si muovono secondo le onde energiche ricreate dall’ambiente immettono ancor più nel clima fin lì creato; un canto robotico, può essere fastidioso. Tanti elementi che coniugati sembrano eccedere nel ricreare quella dimensione fantastica, lì dove un testo più curato (perché lo spagnolo, per di più parlato anche male? E chi parla lo spagnolo se ne accorge) avrebbe aiutato di più il pubblico nell’immersione in questo spazio.

L’India, sempre attenta a proporre spettacoli nuovi, giovani e freschi, anche questa volta punta sulla diversità, la novità. L’atmosfera vuole somigliare a quella proposta dai lavori del grande regista David Lynch, da chi Lynch non è. Tanti elementi non vuol dire una perfetta riuscita. Alcuni funzionano perfettamente, altri meriterebbero una cura maggiore. Ma il pensiero in questi casi resta soggettivo, qualcuno avrà provato delle sensazioni diverse, qualcuno lo avrà amato, altri lo avranno odiato, qualcuno si sarà annoiato, altri si saranno persi consensualmente in queste atmosfere oniriche.

Testi e regia Industria Indipendente (Erika Z. Galli, Martina Ruggeri). Arrangiamenti musicali Steve Pepe, Iva Stanisic, Martina Ruggeri. Luci e video Luca Brinchi, Erika Z. Galli. Con Annamaria Ajmone, Silvia Calderoni, Martina Ruggeri, Iva Stanisic.

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