di Giorgia Leuratti

 

 

Il canto iterato di una nenia popolare, i passi di un uomo, la luce fioca di una lanterna; si aggira avanti e indietro, si accende una sigaretta mentre con la voce, in un flusso ininterrotto, descrive le sue stesse azioni: questa l’immagine d’esordio di “La guerra di Pauliuzzu Millarti”, spettacolo in dialetto siciliano di Andrea Puglisi, liberamente tratto dal romanzo “Le avventure di Nuzzo Millarti” (di Francesco Montalto) e interpretato dalla regia di Benedetta Nicoletti.

Nata da un incontro, quello tra il protagonista e l’interprete dei fatti narrati, e già vincitrice di due edizioni del Premio Più a Sud di Tunisi, l’opera si afferma come iniziativa culturale volta a far fronte alle restrizioni causate dal diffondersi del Coronavirus, rendendosi fruibile online fino al prossimo 3 Aprile.

Ciccio si sofferma sulle stelle, percorre una strada che ogni sera diventa sempre più lunga, contempla gli scorci della sua terra, la Sicilia, fino a descriverla come diamante sotto lo stivale di Dio; ma il suo contemplare è solo un antefatto rispetto a quel 16 Novembre 1918, in cui la vita di suo figlio, le sue indicibili avventure, ebbero inizio.

Nel dispiegarsi di una struttura scenica fondata sull’alternanza tra prima e terza persona, il lavoro dell’attore catanese realizza l’intima fusione fra teatro di narrazione e racconto di guerra, restituendo il terrore e lo sgomento attraverso gli occhi di un ragazzo d’improvviso arruolato in guerra.

La divisa bianca, il cappello sulla testa, un cuore desideroso di fare cose grandi; un bussare ininterrotto annuncia l’appello del consiglio di leva di Messina entro cui Paolo, tra rombi di aeroplani e scrosci di bombe si trova di colpo arruolato, coinvolto.

Le luci si fanno intermittenti laddove l’esplosione getta i suoi lapilli infernali; in un primo diretto contatto con la morte il giovane osserva il la nebbia aprirsi, il mare che stava bruciando, la torpediniera affondare; rischia la vita intrappolato da un sottomarino che sembra inabissarsi per sempre per poi udire il temuto annuncio della dichiarazione di guerra, le urla fatali di uomini.

Narra della morte del compagno di carte, di quella di Roberto, della sua testa trinciata durante la corsa; del complotto fascista, di un’infermiera olandese e di Ian, sua ancora di salvezza prima che cessasse la guerra.

Nel corso di una narrazione visionaria, su di un palco spoglio dove la voce si afferma come unico elemento immaginifico, si succedono i tempi, si ritrova quella nostalgia originaria, desiderio inalienabile di un ritorno.

 

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