di Edoardo Vezzi

 

Se ci soffermassimo a pensare alla metafora dell’uomo contemporaneo e della società in cui è inserito, questa sarebbe probabilmente rappresentata da un maiale. Un maiale che fagocita ogni cosa, un porco che non ha pudore nel rotolarsi nella melma, mangiare, per poi diventare carne da macello. Questa è l’idea alla base de “La grande abbuffata”, in scena dal 2 al 6 marzo al Teatro Basilica, per la regia di Michele Sinisi – anche autore insieme a Francesco Maria Asselta – basato sull’omonimo film di Marco Ferreri.

Come nel film di Ferreri la squadra di attori porta sul palco i loro stessi nomi, non stanno interpretando nessuno se non loro stessi e tutti noi. È l’evidenza di un mondo che si sgretola – ora – e si sgretolava – prima, nel film del ’73 – nella nonchalance dell’uomo comune, intento com’è a cadere nella sua stessa trappola da lui progettata, che lo porterà all’autodistruzione.

I quattro protagonisti, invasi dalla noia borghese e colmi di sostanziale piattume nella loro vita, decidono di organizzare un’ultima cena – poteva essere anche una colazione o un pranzo, ma loro organizzano proprio l’ultima cena, poco umili (come l’essere umano?). La grande abbuffata che si prospetta non prevede solo il cibo, ma vogliono pure “le femmine!”. L’ultimo atto della loro esistenza, la festa più grande che, con la loro approvazione e benedizione, li porterà a morire.

Sul palco si concentra quindi un’orgia di cibo, pornografia e piattezza d’intelletto, sgominati, ogni tanto, solamente dalla coscienza di Ninni (Ninni Bruschetta), un amletico personaggio che cerca di descrivere una situazione tanto surreale e grottesca quanto effettivamente specchio del nostro mondo. I quattro futuri suicidi incrociano la propria fine con le quattro complici, ingredienti per una fine miserevole ma sperata.

Tra nudi, abboffate (di ogni cosa), musica, colori ed effetti speciali, l’essere umano condensa in poche ore i suoi ultimi sospiri, inizialmente insicuro per poi lasciarsi andare al proprio destino. “C’è un punto in cui il corpo e la mente vivono insieme la consapevolezza di ogni istante che passa” – scrive Sinisi – “forse lì si nasconde il naturale senso del tutto, che da quando abbiamo cominciato a ragionare ci fa dire Dio, fortuna, destino, speranza, paura e felicità e altre parole simili”. In questa drammatica fine la testa non segue più il corpo, o viceversa. Sono ormai due entità separate, l’una distruttiva per l’altra.

“La grande abbuffata” è l’anarchia del corpo. Nel XXI secolo è ancora più evidente. Non c’è moralismo, è una presa di coscienza. Ma non c’è nemmeno via di fuga. Si assiste alla caduta dell’uomo, immerso nel consumismo e nella proliferazione del troppo. Si galleggia, si nuota, ma si affogherà, portati giù da una coscienza troppo pesante per tenerci su ma troppo leggera per capire ciò a cui siamo destinati.

 

LA GRANDE ABBUFFATA

Dall’omonimo film di Marco Ferreri

Drammaturgia Francesco Maria Asselta, Michele Sinisi

Regia Michele Sinisi

Scenografia Federico Biancalani

Disegno luci Ivan Dimitri Pilogallo

Con Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’Addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Adele Tirante

Direzione tecnica Rossano Siragusano

Aiuto regia Nicolò Valandro

Produzione Elsinor centro di produzione teatrale, Teatro Metastasio di Prato

 

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