Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

“La Città dei Vivi”, un capitolo finale destinato a chi ha letto tutta la storia

Il film di Edoardo Gabbriellini delinea la vita di Luca Varani prima del caso di cronaca, diventando così un racconto valido ma solo per chi conosce bene la drammatica vicenda

Edoardo Gabbriellini, con la sua versione cinematografica de La città dei vivi ha scelto di raccontare chi fosse Luca Varani prima che il suo nome diventasse un caso di cronaca.  Un film che ancora non uscito portava su di sé una polemica non da poco, la scelta degli sceneggiatori Damiano e Fabio D’Innocenzo di ritirare la loro firma a causa delle modifiche alla sceneggiatura, apportate senza il loro consenso, e ci rimarrà per sempre il dubbio irrisolto di quale sarebbe stato il film dei D’Innocenzo.

Quello che ci arriva in sala, dunque, è il film di Gabbriellini (non potremmo definirlo altrimenti) di cui Nicola Lagioia firma il soggetto, definendolo il capitolo che mancava, quello sulla vittima come persona. Ed è giusto dirlo, si tratta di una scelta encomiabile, a tratti necessaria, ma penalizzata dalla replica di un nome così potente – La città dei vivi – che nell’immaginario collettivo ha assunto ormai caratteri precisi.

L’opera di Lagioia non era solo un racconto di crimine e criminali. Quel titolo tanto potente portava con sé un’analisi sociologica della Roma del 2016, l’anno del commissariamento, di (non) Mafia Capitale, della elezione di Virginia Raggi. Di quella Roma, sempre più vicina a un libro di De Cataldo che non a una luminosa capitale europea, Manuel Foffo e Marco Prato erano parte integrante, attiva e viva. Di quella Roma, però, Luca Varani erano solo abitante più o meno consapevole, e forse per questo il legame tra il titolo e il narrato stride, manca.

Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi, protagonisti della pellicola nel ruolo di Luca Varani e della fidanzata Marta Gaia Sebastiani, si mostrano quali due ragazzi qualsiasi, in una vita di borgata che non è quella che sognavano ma in cui sono nati. La città dei vivi ha i tratti del documentario, il racconto lento, scandagliato dalla banalità del normale. I litigi per strada, il non sapere del tutto come costruirsi un futuro.

Valerio Mastrandrea, nome e volto più noto all’interno del cast, si adegua a questa linea, mostrandosi padre amorevole, l’uomo qualsiasi della porta accanto.  La violenza che tutti abbiamo in mente viene accantonata (non si mostra il male, non si mostra il delirio), per far spazio alla quotidianità del ragazzo, in un costante sottolineare che tutti avremmo potuto essere Luca.  Chi ben conosce la vicenda sa che nella follia dei giorni di Foffo e Prato, chiusi in via Igino Giordani, altri nomi avrebbero potuto esserci al posto del suo. Se il male ha contorni definiti, delineati, perché più delineiamo il volto del male più possiamo non vedervi il nostro riflesso, il volto della vittima è fumoso, lo si scopre solo dopo, quando tutto finisce. Prima potrebbe essere chiunque, tutti noi potremmo perderci nel bosco e incontrare il lupo, e La città dei vivi ha provato a raccontare la normalità di quel prima. 

In questo senso, forse, chi si aspetta un film cucito ad hoc su una vicenda terribile può rimanerne deluso. Gabbriellini mostra Luca prima che fosse “la vittima”, racconta il mondo del prima che qualcosa accada.  La narrazione sembra muoversi però in una cornice scomoda, quella del terrore del victim blaming, fugge dal dettaglio per paura di trovarsi a incolpare Luca Varani per ciò che gli è accaduto, delle scelte che lo hanno portato sulla strada di Marco Prato. 


E così lo spazio dedicato alle scelte che potremmo definire “sbagliate”, le strettoie della vita in cui si entra in contatto con quei volti della società da cui il perbenismo rifugge, diviene sfumato, un accaduto da eliminare per paura del giudizio inclemente dello spettatore. Su cosa possa cadere questo giudizio, se sulle scelte registiche o sulla vita di Luca Varani, non lo sappiamo, ma tanto meglio evitare.

Quello che ne esce non è un moderno affresco pasoliniano, né un ritratto caravaggesco di luci e ombre. Non è neanche un film agiografico, bisogna intendersi, una santificazione della vittima perché tale.  È una storia che non potrebbe esser di fantasia, il semplice quotidiano inventato non è materiale per l’arte se non c’è un quid pluris, e che prova a sottolineare, ancora di più, la folli della vicenda.


La scelta di non dar pressoché alcuno spazio a chi uccise Luca Varani, purtroppo, rende questo lavoro un lavoro a metà. Chi conosce la vicenda, chi sa cosa accadde in via Igino Giordani, vede ancor di più l’assurdità di quei giorni di marzo. Chi non la conosce, però, rimane spiazzato nel modo sbagliato. Cos’è successo? Chi erano quei ragazzi? Che senso ha quel sangue? 

Nicola Lagioia ha ragione, questa Città dei vivi è il capitolo che mancava, ma può parlare solo a chi ha letto il resto. Luca Varani non è così il ragazzo comune per tutti, lo rimane solo per quelli che prima hanno conosciuto l’altro lato, sono stati nell’appartamento nei giorni che precedettero le violenze, nello sprofondare della spirale di droga e insensatezza della folie à deux di Marco Prato e Manuel Foffo. 

Agli altri restano inquadrature statiche, ragazzi di borgata, giovani innamorati, un padre e una madre privati del loro bene più prezioso. Resta un film che si colloca a buon diritto nella media della cinematografia italiana contemporanea, quantomeno stilisticamente. Ma poteva raccontare qualcosa di più, ricordare un poco di più. Luca Varani ragazzo normale a cui è successo qualcosa di terribile, qualcosa su cui Gabbriellini non si sofferma, non approfondisce, non rende pornografia del dolore. 
Paradossalmente, però, per lo stesso motivo rimane solo sulla superfice.  È vero, dobbiamo imparare a raccontare le vittime senza i carnefici, è un esercizio sociale fondamentale per la criminologia, la vittimologia, le scienze forensi tutte.  Forse non attraverso il caso di Luca Varani.

__________________

La città dei vivi – Un film di Edoardo Gabbriellini – Soggetto Nicola Lagioia – Con: Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastrandrea, Simona Senzacqua, Roberta Mattei, Michele Valerio Legrottaglie, Giorgio Montaldo, Giacomo Colavito – Produzione Eagle Pictures, Cinemaundici, Lungta Film, HBO Max – Forografia Amine Messadi – Scenografia Marcella Mosca – Costumi Marta PArassini – Trucco Alessia Iacino – Nei cinema dal 1 ottobre 2026

errore: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]