di Laura Dotta Rosso

 

Entriamo nel piccolo spazio dell’Eliseo off pronti a non prendere posto come ci ha indicato la maschera. La stanza è raccolta, buia, si intravedono gli attori, la scenografia è composta da due sgabelli , una scala e due aste ai lati della stanza con attaccato un bicchiere. Le sedie sono ricoperte da un lunghissimo lenzuolo bianco che, un’attempata signora con un turbante in testa dello stesso colore, inizia ad arrotolare, scoprendo le sedute. Inizia “Judith”, produzione del Teatro Eliseo, di Jorge Palan con Silvana Bosi, Cristina Maccà , Alessio Caruso

Judith ha un viso che spaventa, sciupato dagli anni, fragile, grigio, spento, lo sguardo è vuoto come quello di chi non ha più una strada da seguire, uno scopo, un senso per continuare a lottare, a vivere. La protagonista della storia si raggomitola per terra,mentre l’anziana signora inizia a raccontare la sua vita. Due sgabelli, uno di fronte all’altro: Judith non desidera parlare, vuole tenere per sé quel dolore racchiuso dentro la sua anima, la sua pelle. Ogni sua cellula ricorda le emozioni passate, il corpo non ha dimenticato nulla. L’attacco fisico, l’impossibilità di sfuggire da esso, l’idea di non poter crescere come gli altri e il senso di inadeguatezza, l’hanno accompagnata per anni. La ragazza non desidera essere guardata perchè, a suo dire, nessuno dovrebbe vederla. Poco a poco si intuisce il contesto storico dello spettacolo: siamo tra il 1976 e il 1983 in Argentina, durante la dittatura del regime militare. Il silenzio deve coprire l’oppressione, il silenzio deve sopraffare la violenza esercitata, il silenzio deve torturare, massacrare, fino a far credere che le persone, una voce, neanche ce l’abbiano. 

L’anziana signora ora acquisisce un’identità, si chiama Melissa. Judith, vent’anni fa, si scopre essere stata sequestrata per mesi e aver avuto una “relazione” con un ufficiale della polizia di nome Aranda. E’ scappata, si è salvata ma è rimasta incinta e quella bambina è stata cresciuta nel silenzio, unico modo per far far finta di riuscire ancora a vivere. Melissa ora non può più far parte della storia, Judith ha l’obbligo di diventare protagonista della sua vita e di far uscire gli scheletri che per troppi anni l’hanno tenuta prigioniera. Il suo corpo anestetizzato prende coraggio e affronta il suo carnefice. Dopo vent’anni sono nella stessa stanza, a guardarsi negli occhi, a cercare di tenere una conversazione, a studiarsi. Aranda è venuto per sé stesso, per ascoltarsi, per mettersi davanti a uno specchio, per vedere un’immagine perduta, attesa e depradata perchè “ dietro ad ogni vergine c’è una puttana che aspetta la sua occasione”. La verità salterà fuori, più dura che mai e questa volta, non si sa se il grilletto della pistola verrà premuto o se, ancora una volta, Judith sarà clemente come lo è stata vent’anni prima.

A fare da cornice di questo racconto tre interpreti capaci di mantenere un disequilibrio per tutta la durata dello spettacolo. Alessio Caruso il più convincente, mai forzato, tagliente, focalizzato sui sentimenti da trasmettere.

La traduzione del testo risulta adeguata ma un po’ ridondante e , una volta inquadrati i sentimenti della protagonista, sarebbe stato interessante far durare di più il momento in cui dichiarava il suo segreto al proprio aguzzino. Cristina Maccà deve affrontare un personaggio colmo si sfaccettature e con un climax di emozioni, in alcuni momenti risulta forzata ma riesce molto bene a trasmettere il suo stato d’animo. Silvana Bosi è credibile, il suo tono fa incuriosire, la si ascolta come si fa con la vecchietta del paese che sa tutto di tutti, questa immagine viene enfatizzata ancora di più durante il dialogo tra Judith e il suo aguzzino, quando rimane per tutto il tempo sulla scala ad osservare in silenzio lo svolgersi degli avvenimenti. Nella sua interpretazione ci sono piccole incertezze che però non disturbano il suo personaggio di anziana signora.

Il disegno luci riesce a staccare le ambientazioni, a dividere gli ambienti, a suscitare calore o freddezza. “Judith” non si può circoscrivere all’Argentina degli anni settanta del novecento ma è tangibile e reale anche nel nostro secolo, è un testo contemporaneo e attuale più che mai.

 

 

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