di Edoardo Vezzi

 

Dal caos della guerra alla calma – apparente – nei loro salotti di casa o nei laboratori fotografici. Per una volta sono davanti l’obiettivo i tredici fotografi di guerra che sono stati intervistati per comporre questo documentario, per la regia di Francesco Del Grosso e Matteo Balsamo.

Nella camera oscura prendono vita i ritratti dei reporter che vengono presentati a uno a uno, dando loro la possibilità di spiegare il loro difficile mestiere, andando oltre i luoghi comuni, oltre i riferimenti che li dipingono come donne e uomini senza paura assetati di adrenalina. I protagonisti svelano le loro motivazioni e le loro cicatrici. Cosa vuol dire fare questo lavoro oggi, in un tempo in cui l’editoria è a pezzi. Perché si parte e come si ritorna. Ci portano, insomma, a scoprire chi è la persona dietro quelle drammatiche foto.

Il documentario, che è stato premiato all’edizione 2021 dell’International Filmmaker Festival di New York, propone molti temi. La scelta di dare voce a tanti fotografi ha da un lato il pregio di avere più punti di vista che possano comporre un mosaico esaustivo, dall’altro, però, il pensiero di ogni protagonista rimane un po’ confuso, preferendo dare spazio al concetto generale piuttosto che alle idee personali.

Innanzitutto, lo scopo è quello di abbattere i luoghi comuni. Il reporter non va là per il gusto di rischiare la vita, per sentire l’ebbrezza del limite, piuttosto è mosso da qualcosa di più grande. Quasi come una vocazione, il fotografo di guerra sente il bisogno di essere testimone, di documentare e raccontare storie. Il pericolo è intrinseco al mestiere e grande spazio viene dato alle cicatrici che ognuno di loro si riporta a casa. Cicatrici fisiche, come quelle di Gabriele Micalizzi, colpito da un razzo rpg in Siria, o cicatrici invisibili, come quelle di Livio Senigalliesi, che ha vissuto e documentato la lunga guerra nei Balcani, tornando a casa con un disturbo post-traumatico da stress. Il ritorno non è semplice, chi può cerca di lasciare il dolore al fronte, chi non riesce se lo porta con sé. Un petardo ricorda una bomba, per attraversare la strada controlli se ci sono cecchini e al ristorante preferisci stare con le spalle al muro per controllare tutta l’area, come ricorda Franco Pagetti.

La fotografia è un mezzo di comunicazione. Attraverso questa si può dare un contorno visibile a ciò che viene narrato a parole. La fotografia, però, è anche rispetto. Scattare immagini in posti dilaniati dalla guerra richiede allo stesso tempo cinismo ed empatia. Da un lato bisogna avere semplicemente lo stomaco per sopportare la vista di ciò che si ha davanti, dall’altro bisogna capire cosa può essere immortalato e cosa può essere lasciato là, facendolo divorare dal tempo. È giusto fotografare un uomo morto? Una donna in fin di vita? Un bambino ferito? Il fotografo deve sapere cosa serve veramente in quel momento per costruire una storia che parli da sé. Alle volte una morte può dirci tanto, altre volte risulterebbe una mera spettacolarizzazione del dolore.

Il rispetto passa anche attraverso lo studio. Il fotografo di guerra non deve tornare a casa con la “foto bella”, deve tornare con una storia reale, con un racconto empatico che faccia capire cosa stia accadendo laggiù. In questo lavoro ci si intromette nelle vite altrui, ci si insidia nel dolore delle persone puntandogli il flash in faccia e nessuna sorta di sciacallaggio mediatico deve prevale sulla morale del fotografo. Ci vuole esperienza e ci vuole conoscenza. Per questo motivo il rispetto si ha dallo studio. Bisogna sapere quello che sta accadendo prima di andare, bisogna avere una conoscenza geopolitica, si deve conoscere il popolo e la gente su cui si concentrerà il proprio lavoro, al contrario sarebbe solo “turismo di guerra”, per dirla come Andreja Restek.

Nel documentario alcuni fotografi sono molto più presenti rispetto agli altri. È impossibile lasciare a ognuno di loro lo spazio che merita e la scelta di realizzare 80 minuti seguendo le parole di tredici protagonisti rimane azzardata. Viene voglia di saperne di più rispetto a ciò che viene mostrato e approfondire i lavori di ognuno.

Nonostante ciò, attraverso questi ed altri argomenti viene dato il giusto e meritato spazio a un mestiere di cui si sa poco. Le leggende di Capa e McCullin prevalgono sul drammatico realismo che invece è il presupposto di questo lavoro. Le difficoltà della frontline e quelle di un’editoria a pezzi, le riflessioni sulle immagini e le riflessioni etiche, i segni sulla pelle e nella mente. Questo c’è dietro ogni fotografia di guerra e dentro ogni donna e uomo che parte.

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