“In arte son Chisciottə”,  al Teatro Argot Studio il cavaliere errante supera le barriere di genere

  di Claudio Riccardi

La quarta parete che incontra le quinte mobili. Le prove che si fanno diretta video davanti al pubblico in sala. Lo streaming che esce dallo schermo e si materializza in azione sul palcoscenico. Al Teatro Argot Studio, dal 28 al 30 aprile, è andato in scena uno degli spettacoli più originali della stagione.

Già dal titolo, In arte son Chisciottə, si percepisce la personalissima rilettura che la Compagnia Officine delle Culture ha costruito intorno al picaresco romanzo di Miguel De Cervantes. Il progetto prende forma ad Arezzo in pieno lockdown nel 2020. Per ovviare alle limitazioni imposte dalla pandemia la Compagnia ha elaborato un progetto a prova di DPCM, rappresentabile dal vivo in qualsiasi spazio chiuso e realizzato con il contributo del Ministero della Cultura e di Regione Toscana.

Nella sua prima versione, confezionata in streaming, la pièce vinse il contest #SociaLive promosso da Agis e Facebook. Da qui il passo al teatro nella sua forma in presenza. Argot ha rappresentato un ottimo banco di prova.

Scritto da Samuele Boncompagni, per la regia di Luca Roccia Baldini, questo lavoro stravolge le consuete categorie dei meccanismi di scena. La sperimentazione è totale e en plein air. Dalla platea si osservano due attrici – le dinamiche protagoniste Luisa Bosi e Elena Ferri, affiatatissime – che provano e riprovano battute entrando e uscendo da un telo bianco che nasconde la scena. Quando sono dietro, una videocamera inquadra quanto succede e proietta in live agli spettatori sul telo, garantendo continuità allo svolgimento in forma crossmediale.

Poi succede che a un certo punto il telo viene in parte aperto, mentre la narrazione procede, in un’assurda sospensione tra realtà e sogno. Come in un retrobottega tutto è a vista, tra tavoli e sedie disposti a ferro di cavallo. Bosi e Ferri interpretano Don Chisciotte della Mancha e lo scudiero Sancio Panza. Una scelta che è voluta rispetto alle rigidità di genere. Ma anche oltre, come dichiara la “schwa” inserita nel titolo. L’impresa del cavaliere errante – disfacitore di offese, raddrizzatore di torti –  da subito si rivela improbabile e poco eroica. Destinata, forse, al fallimento.
Le protagoniste vestono gli abiti casual delle prove, marionette animano le battaglie raccontate nei dialoghi. Intorno, il via vai continuo dei tecnici di scena, le funi che vengono tirate, gli audiomessaggi registrati su WhatsApp. Un grottesco  potpourrìaccompagnato dalle musiche originali eseguite dal vivo da I solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Sembra di osservare un laboratorio artigiano sospeso nel tempo.

Officine delle Culture gioca con il teatro e con le categorie interpretative del pubblico.
Chisciottə è quanto poco classico e quanto mai moderno, soprattutto nel messaggio. Si fa paladino dei diritti, rinnega ogni forma di violenza e di rigidità culturale. E’ anche un inno alla vita.
Lo spettacolo è incalzante nei ritmi e ricco nel suo svolgimento, al punto che i 50 minuti trascorrono senza in platea ci si accorga. Gli applausi arrivano fragorosi e convinti.

Con l’auspicio di rivedere presto questo piccolo grande capolavoro nei cartelloni romani.

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