di Mario Claudio Cesario

 

40 anni senza John Lennon.  Il grido d’amore di un artista che risuona nell’eternità.

Ehi Mr. Lennon”. Tre sono state le parole urlate da Mark David Chapman verso la sua vittima fuori dal Dakota Building a Manhattan, e tre sono state le ultime parole di John Lennon: “I was shot” (mi hanno sparato). L’8 dicembre del 1980 sulle radio e sulle televisioni dell’epoca rimbalzava la notizia della morte dell’ex Beatle, che spirava tra le braccia della moglie Yoko Ono e sotto lo sguardo freddo e tranquillo dell’omicida che rimase impassibile ad attendere di essere arrestato.

Sulla morte di quest’uomo si è ipotizzato di tutto, anche i complotti di CIA ed FBI, la quale si diceva spiasse Lennon e la moglie per la loro simpatia verso una politica di sinistra e la contestazione contro le spese militari, affermando che “marciare andava bene negli anni Trenta”. Come denuncia alla guerra del Vietnam, John e la sua Yoko diedero inizio alla famosa forma di protesta del Bed-in, durante la quale i due rimasero un’intera settimana a letto, sotto l’obiettivo curioso (ma deluso) di quei paparazzi che invece dovettero documentare solo due persone immobili che inviavano messaggi e dichiarazione sulla pace.

L’artista, prima di diventare un attivista, è stato il fondatore dei Beatles, gruppo musicale che ha segnato un’epoca nella musica, ma anche nella moda e nella pop-art, incidendo numerosi brani di successo.

Dopo lo scioglimento della band, avvenuto negli anni Settanta, John iniziò una collaborazione con un’affermata artista, sua moglie, cancellando temporaneamente nella mente dei fan la sua immagine di Beatle. Ed è proprio in questi anni che John Lennon incise brani come “Give Peace a Change” e “Imagine”, diventati inni internazionali del pacifismo, conquistando i primi posti delle classifiche sia in Europa che negli USA.

Poche settimane prima di morire, la star inglese ha registrato il suo ultimo album: “Double Fantasy”, che segnava il suo ritorno dopo cinque anni di isolamento a New York. Questa fu l’occasione che permise al carnefice, Mark David Chapman, di avvicinarsi al cantante chiedendogli un autografo e poi attuando il piano criminoso che avrebbe tolto al mondo il talento e il carisma di John Lennon.

Questo vile gesto rivendicava il nome di Gesù e quello dei Beatles, che secondo l’omicida la star aveva offeso nelle sue canzoni e in varie interviste. Questo assassino, affetto da evidente disagio psichico, fu ritenuto colpevole dallo Stato americano di omicidio di secondo grado e fu inflitta lui la pena di vent’anni di carcere. Quest’estate Chapman, a mezzo dei suoi avvocati, ha reiterato l’istanza di scarcerazione che gli è stata nuovamente negata perché la sua persona è “incompatibile con il benessere della società”, e neanche le scuse a Yoko hanno fatto breccia nel cuore del capo del Dipartimento di correzione dello Stato di New York, il quale ha affermato che il killer ha creato un danno irreparabile ed esistenziale non solo alla moglie e ai figli, Sean e Julian, ma anche al mondo intero.

John Lennon ha ispirato molti artisti che lo hanno voluto ricordare, ognuno a suo modo. Il fraterno amico Elton John con “Empty Garden (Hey Hey Johnny)”, il regista Sam Tylor-Wood con il film “Nowhere Boy”, e Andy Warhol che, padre della Pop art, lo ha raffigurato in alcune delle sue opere più belle.

A quarant’anni dalla morte, il ricordo di questo poliedrico artista inglese è vivo e presente anche nelle generazioni di oggi, tanto che “Imagine” è stata la colonna sonora che ha unito il mondo durante il primo lockdown rendendo eterno il mito John Lennon.

 

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