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Il verso al tempo: “l’ologramma vivente” di Mina

Una voce che non conosce anagrafe quella della “Tigre di Cremona”, che ha compiuto 86 anni proprio lo scorso 25 marzo

Il tempo sa giocare come nessuno con le coincidenze: il 25 marzo, a distanza di un giorno dalla scomparsa di un gigante della canzone italiana come Gino Paoli, la Voce nazionale per definizione, Mina, ha compiuto 86 anni. Eh sì, il Dio del tempo deve essersi divertito a mettere in fila i due eventi, quasi a ricordarci che l’uno deve all’altra (e viceversa) il sensazionale successo di una canzone scritta dal genio neghittoso e ombroso della musica italiana, e fiorita tra le labbra della nostra ugola più ammaliante.

Mina ha compiuto 86 anni lo scorso 25 marzo – © Rolling Stone

E allora ci permettiamo nel breve esordio di questo pezzo di seguire il passo del destino, collegando con un filo sottile i due eventi.

La sua interpretazione de Il Cielo In Una Stanza è qualcosa di magico anche a risentirla adesso, ad oltre 60 anni dalla sua uscita.  C’è un furore gelido nel modo in cui lei articola il silenzio: non sta celebrando l’amore, sta documentando la metamorfosi della materia. È il trionfo dell’individuo sul contenitore. La stanza è piccola, angusta, forse povera, con un soffitto viola a rappresentare la sommarietà di un lupanare (ce lo svelerà l’Autore), ma la voce di lei è la negazione della povertà. È l’urlo sommesso di chi ha capito che l’eternità può essere compressa nei pochi minuti del pezzo, e che il cielo — quel cielo così lontano — non è che il respiro di chi amiamo, filtrato attraverso la polvere di una stanza chiusa.

 Forse non si rende un servizio gradito a un monumento vivente come la Tigre di Cremona nel commemorare il suo compleanno. Già è difficile pensare a un traguardo anagrafico così consistente per una come lei, scolpita nella memoria collettiva al vertice di gambe sinuose e lunghissime, fasciate di calze nero peccato e montate su uno sguardo che non sai dire se malizioso o innocente, ma sicuramente seducente. Ma siamo sicuri che il riguardo che si deve a una Signora nel non sottolinearne il computo anagrafico valga per una come lei che ha scelto di ingannare il tempo, sottraendosi da decenni ai pasticci dell’invecchiamento esibito o camuffato?  

Le sue dimissioni dal genere umano visibile, la sua scelta di confinarsi da cinquant’anni in terra svizzera, l’hanno preservata in una giovinezza scolpita nel ricordo di tutti coloro che non la vedono più, ma che sanno ancora di lei. Una sorta di magico ologramma: da quasi cinquant’anni, la Signora non c’è. È diventata un’entità incorporea, una presenza vaga che spedisce dischi come messaggi in bottiglia, e sempre densi di significato, non di rado virati al divertente e allo sberleffo. La sua assenza è il più grande monumento alla presenza mai edificato: una scelta che coincide con l’ascesi del divismo. Ha capito tutto, cioè che l’unico modo per essere onnipresenti è sparire. È la nostra Greta Garbo, ma con più senso dell’umorismo e meno desiderio di solitudine tragica.

Ma sotto la vernice della satira e del distacco svizzero, pulsa un elemento ancestrale: la magia di una voce che ci accompagna per mano nel sud dell’anima, dove tempo e passioni non sono più una semplice dimensione. Ma un gorgo.

Mina e Gino Paoli – © Social Post

Mina ha vinto perché ha capito che il volto è una prigione, mentre la voce è il vento. Si è tolta di mezzo per lasciarci soli con i nostri fantasmi, mediati dalla sua estensione vocale sovrumana. È rimasta l’unica a ricordarci che l’arte non è partecipazione, ma distanza. È una tigre che non ruggisce più per spaventarci, ma per ricordarci che, nel bosco fitto della mediocrità contemporanea, c’è ancora qualcuno che sa dove si nasconde il fuoco.

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