di Giorgia Leuratti

 

 

Aleggia sul proscenio un biancore gelido, una luce pallida si proietta sul cemento obliquo, suolo ove un corpo, abbandonato al proprio tormento, si contorce.

E’ lo spazio asettico del manicomio di Saint Paul de Manson a divenire centrale “non luogo” ne “L’odore assordante del bianco” di Stefano Massini, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 1 Dicembre per la regia di Alessandro Maggi.

“Theo! Giurami che esisti”– a fatica si trascina Vincent Van Gogh, deambula goffo, sospinto dall’allucinazione che confonde la presenza con l’assenza: è la primavera del 1882 e l’artista si rivolge al fratello (Massimo Nicolini), la sua sagoma grigia compare sul fondo ma forse è soltanto un simulacro.

Avanza serrato il dialogo, le due voci altisonanti procedono su registri divergenti, si accavallano, si interrompono, si sovrastano andando a convergere sugli stessi lessemi: il gioco d’infanzia, le voci delle tele, la clausura che opprime e appiattisce; dinanzi al grido di Vincent, alla sua rabbia cieca, il suo destinatario appare imperturbabile.

Bollato alla categoria di “socialmente placido”, il malato abita un “tempo senza tempo”, vorace e violenta si origina in lui l’esigenza di dipingere, di vomitare la rabbia, il grido, l’alienazione cui è costretto.

Respira affannoso, afferra violento la testa dell’altro; protesa ad un utilizzo del corpo che sia esso stesso materia comunicativa a sé stante, la resa dell’interprete (Alessandro Preziosi) ne restituisce lo struggimento; recluso in un limbo candido dove “ogni colore è bestemmia”, sembra soffocare in un mugulio senza posa.

Cambio di luce, gli infermieri Gustave e Roland (Alessio Genchi e Vincenzo Zampa) immettono nella stanza un grande letto bianco, viscidi assecondano uno stato allucinatorio in procinto d’esser rivelato: “qui non c’è nessuno oltre a noi”.

Dinanzi al ribaltamento di un presunto stato di realtà, oppositivo appare l’atteggiamento del Dottor Vernon-Lazàre (Roberto Manzi), e quello del direttore Peyron (Francesco Biscione): laddove il primo, ambiguo e sadico, discorre sul filo di minacciose litoti, il secondo sembra accogliere la follia del paziente, si predispone ad estrapolarne il midollo creativo, l’anima creatrice, il segreto.

Quattro treni, un carretto, pensieri “come moscerini schiacciati nel latte”; scorrono le immagini sul ritmo d’un battito convulso: Vincent è ora inginocchiato a terra, gli occhi chiusi quand’ecco una luce gialla colora il suo muto candore: “quando mescoli le tinte, nasce un colore nuovo, e non sai più cosa c’era prima”.

Appoggiandosi su un testo vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli Riccione Teatro 2005, l’opera acquista profondità nella scelta mirata della componente sonora (Giacomo Vezzani), delle luci (Valerio Tiberi, Andrea Burgaretta) dei costumi (Marta Crisolini Malatesta).

 

Condividi su: