di Edoardo Vezzi

Il gioco del panino

Il regista francese Robert Bresson diceva che non bisogna mai mostrare tutto, perché se lo fai, quella non è più arte. L’arte fa parte della suggestione e del non detto. Anche in un testo teatrale non possiamo aspettarci di conoscere ogni cosa, di scorgere fin da subito la realtà. A volte prendere delle vie più lunghe ci fa vedere qualcosa di più bello che con la strada diretta avremmo perso. 

Alan Bennet – autore de “Il gioco del panino” (in inglese “Playing sandwiches”) – ha il grande pregio di parlare di problematiche molto precise, problematiche che hanno delle parole che le definiscono, a volte forse un po’ generiche, qualche volta fin troppo specifiche, e lui invece ne parla tenendosi sempre molto lontano da queste definizioni, dall’uso di queste parole”. Arturo Cirillo, regista e attore della trasposizione italiana de “Il gioco del panino”, racconta così la capacità del drammaturgo di Leeds di incidere sul racconto. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro Belli nell’ambito della ventesima edizione del Festival Trend – Nuove frontiere della scena britannica, che continuerà fino al 20 dicembre.

Sul palco un’altalena e un cartellone fanno da cornice a Wilfred, il protagonista della pièce di Bennett. Con uno sguardo malinconico, una barba non curata e dei semplici vestiti, Wilfred narra la sua storia. È difficile raccontare qualcosa della trama senza correre il rischio di incappare in qualche spoiler. Il protagonista è un uomo sposato, ma si sente solo. Lavora in un parco, non il lavoro di una vita, ne ha cambiati più di una volta. Nella comunità lo conoscono, o credono di conoscerlo, ma cerca di farsi gli affari suoi. Non chiede nulla, lui. Non sta bene.

Cerca di sopperire a qualche mancanza attraverso la sua routine. Magari riesce a trovare qualche momento gradevole e confortante quando scambia qualche chiacchiera con qualche passante. Non è felice ma non gli pesa. Si accontenta di quello che ha, perché sa che quello che ha è forse il massimo a cui può aspirare. L’incontro con delle nuove persone cambiano in poco tempo la sua vita. Non può esistere quella serenità, non è fatta per lui e per nessuno di quelli come lui. Lo sa bene.

Cirillo è Wilfred. Le espressioni decadenti, il modo di parlare, la soccombenza. È tutto davanti ai nostri occhi e riusciamo a immaginare tutte le scene raccontate, tutti i protagonisti che non possiamo vedere. “Bennett non giudica, non condanna, non assolve, non risolve ma semplicemente osserva questi suoi fragili e vibranti personaggi” scrive Cirillo. E noi con lui non possiamo giudicare. Possiamo solo guardare l’uomo nudo, che è diverso da tutti. È difficile capire certe situazioni. La rabbia spesso prende il sopravvento. Forse è istinto, è difficile controllarsi. Proprio così. È difficile controllarsi. Per tutti. “Il gioco del panino” ci porta nella mente di un uomo diverso, ma simile a tutti noi. Dobbiamo solo guardare, per meno di un’ora, la vita di un uomo come tanti, che come tutti gli altri però non è.

La sensazione amara è quella di vivere un tema che nel cinema, come nel teatro e nella letteratura, è molto dibattuto e raccontato. Si era sentito parlare di un pugno nello stomaco, come si dice anche con troppa facilità ormai, ma questo pugno nello stomaco è talmente diluito nel corso dello spettacolo che alla fine non arriva. Si è capito a cosa si va incontro e l’effetto è smorzato. Da un lato vi è la bellezza di mostrare una storia senza soffermarsi sul problema, ma solo sulle conseguenze mentali del protagonista. Dall’altro, il testo non è così entusiasmante e la bravura di Cirillo rende la rappresentazione più coinvolgente.

La cosa più illuminante per gli occhi è finalmente vedere il teatro pieno. Gli applausi scroscianti faranno bene a molti, che per tanto tempo ne sono rimasti a secco. Mi ero però scordato di come qualcuno possa riuscire a essere antipatico, picchiettandoti sulla schiena e azzittendoti perché hai scambiato letteralmente due battute durante la pausa tra due scene. Forse doveva concentrarsi a fondo per capire cosa stesse guardando.

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