di Giorgia Leuratti

 

Il sipario è chiuso, lo oltrepassa una donna vestita di bianco: in scena al Teatro Argentina fino al 5 giugno, Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, frammento autobiografico incandescente dell’Autobiografia delle contraddizioni”, adattato da Ippolita di Majo per la regia di Mario Martone.

Sono fluviali le immagini della sua coscienza, le sue parole tattili si rincorrono in una corsa spasmodica che si arresta di fronte all’odore, alla percezione, a ciò che di vivido e folgorante rimane nel pensiero immaginifico di una donna senza memoria.

Non c’è intermittenza, tutto sembra trovare fusione per poi di colpo arrestarsi solo di fronte agli immani buchi neri del disconoscimento.

Ed ecco, si spalanca il sipario, Goliarda non è più sola ma rivolge i suoi flussi di parole ad un tale “medico dei pazzi”. Goliarda non lo sa, non sa chi sia e perché sia lì ad ascoltarla.

La scena è speculare; due divani gialli, due enormi librerie perfettamente simmetriche, due poltrone, una scena divisa in due blocchi identici e mobili, due spazi: l’uno accanto all’altro, il luogo dell’inconscio e quello della realtà. Due sistemi, ma il velo che li separa è sottile.

Il racconto di Goliarda sovrappone i tempi, narra di vividi morti e di vivi offuscati, senza volto. L’elettroshock ha cancellato tutto, ha livellato gli spazi e i tempi, la memoria deve tornare, per questo Citto portato Goliarda lí.

La Sicilia, l’immagine di una madre integra e disumana, l’ammissione all’Accademia D’Arte Drammatica, la sofferenza e l’immane sforzo nel piegare le mascelle su vocali innaturali, la corretta dizione.

Mutano le luci, qualcosa affiora ma non basta:

“Fa molti progressi signora, ma deve impegnarsi un po’ di più”

Non basta ricordare l’arresto del padre, la sardonica espressione della madre al cospetto del telegramma, l’amore totalizzante per Citto. Non basta perché un’attrice non è niente senza memoria. Si apre dunque la dimensione tumultuosa del sogno, il sogno che costringe a guardare ciò che non si vorrebbe guardare, il sogno che catapulta il pensiero all’infanzia, all’origine del vissuto, l’origine di quel cerchio sordo di follia.

Un’interpretazione magistrale, quella dell’attrice Donatella Finocchiaro, si fa snodo evocatore della personalità tenace e frangibile di Goliarda; ne riproduce i gesti esplorativi, l’animo tattile, le percezioni. All’interno di un tu per tu con l’impeccabile Roberto Di Francesco, sembra realizzarsi un confronto esplicito fra due personalità divergenti fino a sfociare nell’inevitabile lampo attrattivo.

“La sua mancanza di aggressività è la sua malattia”

Nuove distorte immagini vengono a galla laddove il rapporto tra medico e paziente compie la sua repentina metamorfosi. È il transfert, il cortocircuito dinanzi al quale qualcosa subisce un arresto:

“La mia testa è piena di parole non mie, di dolori non miei. “

Un brusco arresto accompagnato però da una nuova consapevolezza, quella del mistero irripetibile che accompagna ogni individuo e di una morte che non va spiegata quando è preceduta dal fulmine della gioia. 

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