di Claudio Riccardi

 

Due ore e mezzo di immersione. In una casa nascosta, rifugio per vite appese a un lume di speranza. Vite dapprima sospese e poi interrotte perché in quel periodo uomini armati, giù tra le strade, bussavano alle porte e decidevano chi poteva vivere e chi invece doveva prendere la via della morte.
Uomini contro altri uomini, divisi da una stella di David sul petto. Olocausto, il genocidio ebraico.

A distanza di 2 anni Teatro Belli ha riproposto in palcoscenico Il Diario di Anne Frank.  Ed è stato ancora una volta un successone, una prova corale e di profonda emotività che ha messo in scena alcuni passaggi del testo autografo e adattato per il teatro da Frances Goodrich e Albert Hackett. Lavoro che nel 1956 fruttò loro il Premio Pulitzer per la drammaturgia.

Direzione di Carlo Emilio Lerici per uno spettacolo organizzato dalla Compagnia di Teatro Belli insieme alla Compagnia Mauri Sturno. Veniamo alla narrazione: Otto Frank (interpretato magistralmente da Ruben Rigillo) ritrova nella soffitta il Diario tenuto da sua figlia Anne (Raffaella Alterio, superlativa). Mentre inizia a leggere, come evocate dalle pagine del Diario, riprendono vita le vicende della famiglia Frank nella Amsterdam occupata dai nazisti. Corre l’anno 1942: la famiglia Frank è ebrea, e i tedeschi danno la caccia agli ebrei di casa in casa. Prima del tragico finale, Anne vivrà due anni nel rifugio segreto, ricavato nell’azienda del padre, insieme alla famiglia Van Daan e al dottor Dussel.

La scenografia riproduce nel dettaglio il mini-appartamento: due livelli e quattro ambienti che strutturano un lungo piano sequenza, in cui i dieci attori raccontano la loro quotidianità, in un sottile equilibrio tra angoscia e leggerezza. E’ una prova di convivenza e di sopravvivenza, inusuale e inimmaginabile per i protagonisti. Improvvisamente spogliati dei confort borghesi e limitati nei propri individualismi. Personaggi dai caratteri diversi e contrastanti, che nei 2 anni insieme mostrano il meglio e il peggio di sé.  Si fanno magri e affamati. A fatica trattengono l’esasperazione, a volte sbottano ma poi tornano a fare squadra. Perché l’obiettivo è uno e uno solo per tutti: salvare la vita.

In questo mondo domestico, fatto di attesa e isolamento, c’è spazio per l’amore. Che sboccia lentamente e tra due giovani, più ottimisti degli adulti riguardo l’esito della situazione. “Che colpa ne abbiamo noi?” si domanda con rabbia Anne.
Lassù, da un lucernario, entrano i colori limpidi del cielo. Che diventano improvvisamente rosso fuoco in occasione dei bombardamenti. Ma è solo un momento, il sereno e la linfa della vita ritornano. Tra le parole del Diario e nei volti degli attori. Si sorride tanto, alla faccia di chi ha creato questo clima di terrore. Che sale ad ogni rumore di motore, ad ogni squillo di telefono, ad ogni voce teutonica.

L’assurdità del conflitto, l’inutilità dell’odio razziale. L’incapacità dei “salvatori” di risolvere tempestivamente i problemi. La tragedia annunciata che nel finale diventa realtà per 8 persone. Quando sembrava fatta, all’ultimo miglio. Solo Otto Frank si salva, ed è lui che ci ha permesso di conoscere questa testimonianza assoluta della crudeltà cui può arrivare l’uomo.

Nota di merito a Teatro Belli che si è sempre distinto per scelte artistiche coraggiose indirizzate all’impegno civile e culturale. Antonio Salines, immenso direttore artistico del Belli, fu Otto Frank nell’edizione d’esordio dello spettacolo. Poi come sappiamo venne a mancare, lo scorso anno.

Insieme a Rigillo e Alterio sul palco si sono alternati Gabriella Casali, Francesca Bianco, Beatrice Coppolino, Vinicio Argirò, Tonino Tosto , Susy Sergiacomo, Fabrizio Bordignon e Roberto Baldassari.

Tale è stato l’apprezzamento per lo spettacolo che a breve usciranno nuove date, sia a teatro che nelle scuole.

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