di Mario Claudio Cesario

 

 

Lodevole manifestazione, organizzata da specialisti e dotti membri dell’Associazione culturale “Cinema e Diritti”, il Festival del Cinema dei Diritti Umani riconosce i lavori che si distinguono con il “Premio Vittorio Arrigoni”, attivista e giornalista morto sul campo nella Striscia di Gaza mentre denunciava i soprusi dello strapotere islamico contro le etnie palestinesi.

L’edizione di quest’anno è intitolata “Diritti in ginocchio – pandemia, sovranismi e nuove discriminazioni” e i film in concorso mostrano al pubblico trame e dibattiti, intrattenuti tra giovani e gente comune, sui diritti umani nelle zone più emarginate e dimenticate delle città, dove la discriminazione razziale purtroppo regna sovrana.

Realtà carcerarie, centri di primo soccorso e accoglienza per migranti, sono queste le verità che vengono denunciate attraverso le pellicole. Tra tutti si pone il focus sul cortometraggio iraniano “The city of honey” (La città del miele) di Moein Ruholamini, che mette in scena i piccoli sogni, purtroppo spezzati, di due bambini. Questa trama è stata rappresentata in maniera magistrale dal regista attraverso un solo e lento movimento del dolly, che passa dal primo piano in cui il piccolo protagonista, in auto, gioca a “fare il grande”, alla panoramica in cui viene fuori una spaventosa e contemporanea verità. Quarta Parete ha deciso di fare una chiacchierata con Maria Giuseppa D’Aquino, avvocato civilista specializzato in diritto di famiglia e tutela dei minori, affidi familiari e interdizioni legali.

 

 

Avvocato D’Aquino, perché si parla di diritti in ginocchio?

Per rispondere alla sua domanda occorre aprire una parentesi. Il 20 Novembre ricorre la Giornata universale dei diritti dell’infanzia, che affonda le sue radici nel trattato del 1989 in cui 194 Stati, ad oggi, si schierano in difesa dei minori.

Il testo normativo ha l’obbiettivo di far valere il pensiero del minore e all’articolo 31 sancisce il diritto al gioco. Dunque si parla di “diritto in ginocchio” perché il diritto naturale, quello più incline all’essere bambino, appunto il diritto al gioco, in taluni casi, come quello presentato dal cortometraggio ad esempio, viene disatteso nel più brutale dei modi.

Oggi assistiamo a storie terribili dove le vittime hanno la sola colpa di essere figli di un presente viziato nel suo pensiero più semplice, il diritto di essere amati.

 

 

Quanto è importante questo Festival per i diritti umani?

Questo Festival è importante perché dà la giusta eco a scenari che purtroppo vengono sottaciuti e nascosti in alcuni film e nelle tv dei lustrini. I dati ci ricordano che nel 2020, in America del Sud, in Africa e nello stesso Medio Oriente ci sono molti bambini che corrono veloci tra le mine e le bombe, come se si trattasse della riproduzione in alta definizione di giochi da salotto di giovani distanti, troppo distanti, da quelle realtà. Quindi il Festival, che è perlopiù seguito da giovani, sostituisce egregiamente il silenzio degli altri.

 

 

Lei come avvocato è in prima linea nella protezione dei minori. Le saranno capitati casi in cui i minori vengono usati, come si reagisce?

Il mio lavoro mi porta a conoscere casi di “diritti in ginocchio” ogni giorno. Basta poco per far deflagrare una bomba su un bambino e farlo cadere a testa china e non per forza la bomba viene sganciata da terroristi di vocazione. Noi arriviamo quando il danno già c’è, e l’avvocato ha a disposizione solo ricorsi e istanze e notti insonni per fare in modo che niente più possa mettere in ginocchio un bambino. Personalmente quando mi trovo davanti a una storia di sofferenza affianco al mio ruolo di tecnico una particolare sensibilità che mi fa portare a casa quella storia e quegli occhi.

I percorsi cui sono sottoposti i minori sono fonte di dolore, i vari incontri con CTU che indagano sulla loro infanzia, sui loro ricordi; giudici che decidono se quel bambino può continuare a giocare e a sognare nella casa in cui è nato piuttosto che in un istituto. L’avvocato dei minori svolge un ruolo professionale delicato, ha il compito di mitigare il freddo tecnicismo del diritto che entra a gamba tesa in un fragile universo.

 

Per questa chiacchierata, Quarta Parete ringrazia l’Avvocato D’Aquino e lascia al lettore il lato umano di chi ha “la toga sulle spalle e sul cuore”.

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