di Fabio Salvati

 

 

Da un po’ di tempo Luca Barbareschi si affida alla drammaturgia contemporanea per mettere in scena idiosincrasie e contraddizioni di questa sorta di balbuzie esistenziale che stiamo vivendo con il nuovo millennio. Questo allestimento -che richiama sulla scena una coppia consolidata che si era formata anche nella vita con Lucrezia Lante della Rovere è stato aggiornato e adattato alla realtà italiana, anzi romana, avvicinando al pubblico tematiche e atmosfere. D’altra parte, mai come calandosi in una realtà italiana Barbareschi avrebbe potuto dare sfogo alla sua verve polemica nei confronti di una certa mistificazione retorica della accoglienza, che abita da sempre certe anime belle del panorama nostrano.

In scena due maturi ex amanti: lei, Elisabetta, di ascendenze nobili (come nella vita vera del resto la sua interprete) vive in un irragionevole buco alla Magliana, privo di riscaldamenti, insensatamente appagata sia della sua sistemazione abitativa che del suo lavoro di insegnante che la trasporta ogni giorno in un’altra periferia cittadina ancora più compromessa, Corviale. La donna riceve la visita inattesa di Edoardo (lo interpreta Paolo Marconi) giovane figlio del suo ex amante di una volta: un ragazzo irrisolto che non vede da tempo e che è venuto a comunicarle il decesso della madre e la sua irresolubile distanza dal padre, ormai esclusivamente dedito agli acquisti compulsivi sul web. A seguire, in quella strana giornata di ritorni, sopraggiunge proprio lui, Saverio, un imprenditore di successo,  il profilo pragmatico e irriverente che ti aspetti e che veste alla perfezione un Luca Barbareschi in stato di grazia.

L’incontro non ha nessun senso e nessun programma: a trascinare Saverio lì è un misto di senso di colpa e di accidia sentimentale, che opprime l’uomo, togliendogli qualunque vero fuoco di passione, se non per il bicchiere costantemente riempito di liquore. Il senso di colpa nutrito (e per il quale cerca impossibile requie) è nei confronti della moglie appena scomparsa, che aveva scoperto la relazione sentimentale dei due, chiudendosi nel vuoto di un silenzio che non somigliava neanche lontanamente al perdono. Per lei, racconta Saverio, aveva fatto costruire un tetto di cristallo sopra il letto della sua malattia,  affinché potesse continuare a consolarsi con la visione del cielo. Nella sommarietà elementare del suo pragmatismo, il suo percorso di espiazione passava da lì, dal tanto denaro speso per quella impresa che a lui era sembrata il saldo romantico dovuto alla sua sposa, come le rose che aveva sfacciatamente continuato a offrirle. Il denaro come unico e arido viadotto relazionale con i suoi affetti. Lo stesso denaro di cui lamentava la dispersione inutile per la cura del figlio, con cui non intratteneva altro rapporto che quello di biasimo per l’irrimediabile superficialità che constatava quotidianamente nel ragazzo.

 Elisabetta, non appena la moglie di Saverio aveva scoperto la relazione, si era allontanata senza più dare notizie di sé. Anche di quello Saverio cercava ragione e spiegazione, ma la serata si conclude nel più classico dei modi, con un breve ritorno di fiamma dei due. Ma le distanze intellettuali sono ormai fortissime e non tarderanno a esplodere, così quello ciò che sembrava rimanere destinata a essere una riunione sentimentale dei due, diventa invece una schermaglia civile. Saverio rimprovera  a Elisabetta le sue scelte di vita, quella eccessiva sobrietà esistenziale, che lei rivendica come un trofeo intellettuale e a lui non appare altro che un anticonformismo di superficie,  cedimento manieristico a un pauperismo che non può appartenerle realmente. Così, sul terreno della sfida ideologica (ma ormai identitaria) i due si divideranno definitivamente.  Ma c’è il tempo ancora per un epilogo, di segno tutt’altro che malinconico.

Il testo in scena anche a Broadway ha avuto numerosi riconoscimenti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. I  due protagonisti sono in perfetto agio  nei rispettivi personaggi (in un paio di fugaci momenti Lucrezia Lante della Rovere si lascia anche apprezzare per la sua indomabile bellezza). . Una commedia che induce spunti di riflessione, ma si lascia godere per la sua sostanziale levità, anche al cospetto di tematiche tutt’altro che superficiali, come il rapporto con i malesseri o con i giovani.

L’ambientazione -le scene sono di Tommaso Ferraresi in uno sbeccato appartamento di periferia urbana è il coerente (ma anche sorprendente) contesto in cui si svolge la vicenda, le splendide luci di Pietro Sperduti, i costumi di Federica De Bona.

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