Nel capolavoro di Anton Čechov, il crepuscolo di Svetlovidov diventa un viaggio struggente tra memoria, identità e immortale illusione teatrale.
A 88 anni Ugo Pagliai è tornato in scena con uno spettacolo di un’intimità sconvolgente che disarma e conquista grazie all’interpretazione sottile e magistrale dell’attore. Cechov racconta l’epilogo e l’ultimo atto di una vita e di una carriera, quelle di Svetlovidov, grande attore “mattatore” noto per i suoi ruoli immortali. Un commiato intriso di nostalgia e malinconia, dove la realtà si dissolve nell’immaginazione, ripercorrendo le tappe fondamentali di un lungo viaggio disseminato di personaggi e di verità mascherate da menzogna.

Ebbro vaga smarrito in un teatro di provincia tra ricordi e monologhi, ma si scopre in compagnia: c’è con lui il suo suggeritore (Tommaso Garré), una presenza amica e fidata che lo sostiene in questo volo della memoria, reale con la parvenza quasi evanescente di una proiezione confortante, come fosse un mentore immaginario che accudisce e protegge questo canto del cigno.
Non è l’unica compagnia, con Svetlovidov i suoi personaggi: Amleto e Otello, Falstaff e Boris Godunov e, soprattutto, Lear, suo grande cavallo di battaglia. Sono tutti alter ego imprescindibili che Ugo Pagliai interpreta con la sensibilità dei grandi attori e con una luce vitale negli occhi che trasporta in un altro mondo di ombre e visioni, una luce che materializza l’invisibile. L’identità si mescola al sentito dei personaggi, un gioco di sfumature e rappresentazioni che prende le mosse dal Fedone di Platone, dove si celebra la reale natura del canto dei cigni. Non un momento di dolore per la dipartita ma un sussulto di gioia per il ricongiungimento con il dio delle arti, della medicina, dell’intelletto e della profezia.
Il canto del cigno sospende il tempo in un incontro di anime che si consegna allo spettatore attraverso il potere dell’illusione in questo spazio fisico e mentale che è la scena. L’identificazione personaggio-attore aumenta la portata emotiva dello spettacolo. Il crepuscolo di un uomo, l’esaltazione dell’arte. Una carrozza grida Svetlovidov. L’addio è dolce e nostalgico tra le sponde della bellezza, la conflittualità si ammorbidisce e il protagonista si perde in un’arte che è vita e verità.

Magnetica la recitazione di Pagliai che penetra nella complessità del personaggio e delle sue maschere teatrali con una presenza scenica forte che modula ogni passaggio e sfumatura con un trasporto e una sensibilità davvero rare. Vanità, solitudine, ardore, angoscia, dolcezza, bisogno d’amore. Svetlovidov è tutto questo e molto di più. Una scena spoglia ed essenziale che è psiche e introspezione senza limiti e su cui si erge la presenza premonitrice di un teschio a cui il protagonista si rivolge. Il canto del cigno ha la forza e la magia di un folgorante istante sospeso tra le pieghe dell’immortalità, grazie alla bellezza del testo cechoviano ma soprattutto a un’interpretazione che trasmette un’autenticità talmente pura da sfiorare un’altra dimensione di appartenenza: il sublime.
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Il canto del cigno di Anton Cechov – Con Ugo Pagliai – a cura di Tommaso Garré – consulenza artistica di Tommaso Pagliai – musiche a cura di Dario Arcidiacono – Teatro Villa Lazzaroni 21 e 22 febbraio 2026





