di Edoardo Vezzi

 

 

Il 15 aprile sono stati nominati i vincitori della più importante competizione di fotogiornalismo al mondo. Un premio, questo, che ha l’obiettivo di mantenere accesa una luce su una forma d’arte e di racconto che è stata protagonista nel secolo scorso e che lo è ancora oggi, ma informe diverse. Mantenere viva l’attenzione sul presente, i conflitti, le storie e tutto quello che accade nel mondo è fondamentale. 

I due premi più importanti del World Press Photo quest’anno sono andati al fotografo Mads Nissen e Antonio Faccilongo. Il fotografo danese ha vinto con “The First Embrace” il premio World Press Photo of the Year, ossia la miglior fotografia tra quelle presentate. Lo scatto non poteva che essere l’emblema di questo anno pandemico, ma anche di speranza, sognando di tornare presto alla normalità. Nell’immagine (si può vedere qui) è colto l’abbraccio, dopo mesi, tra un’anziana signora e un’infermiera. Il luogo, ancora un simbolo di questa pandemia, è San Paolo in Brasile, una delle nazioni più colpite dal Covid-19, a causa delle scellerate decisioni politiche del presidente Bolsonaro. 

L’italiano Antonio Faccilongo ha conquistato il premio World Press Photo Story of the Year, il riconoscimento per la serie di foto che meglio ha saputo raccontare una storia. “Habibi”, traducibile con “amore mio”, è lo struggente reportage (si può vedere qui) che mostra uno dei tanti effetti collaterali di una delle guerre più lunghe, il conflitto israelo-palestinese. Il progetto racconta del contrabbando di sperma messo in atto dai prigionieri palestinesi per poter dare alle loro mogli, ormai sole, un figlio. Faccilongo ha raccontato con grande sensibilità una vicenda poco nota, conseguenza dell’infinito conflitto mediorientale, usando il formato quadrato. È un formato particolare, a cui oggi siamo abituati scorrendo le pagine di Instagram, che è molto complicato da usare. Siamo abituati a vedere le immagini che si allungano orizzontalmente o verticalmente per dare spazio e vita al soggetto, ma in questo caso non serve. Il quadrato rinchiude la storia per darle una dimensione sospesa. Il quadrato quasi soffoca, come anche i padri in quelle carceri israeliane e i palestinesi stessi, rinchiusi in un piccolo lembo di terra che ancora oggi è luogo di un lungo conflitto. 

Gli altri due italiani Lorenzo Tugnoli e Gabriele Galimberti hanno vinto il primo premio rispettivamente nelle categorie Spot News, Stories e Portraits, Stories. Tugnoli ha realizzato la serie “Port Explosion in Beirut” (visibile qui) con cui racconta l’esplosione al porto di Beirut in Libano, che causò la morte di duecento persone e migliaia di feriti. Galimberti si è invece concentrato su un progetto, “The ‘Ameriguns’” (si può vedere qui), in cui pone in relazione gli americani e le armi, un tema sui cui si discute da sempre. Nelle sue immagini alcuni proprietari di armi da fuoco posano insieme ai loro arsenali.  

Per vedere tutte le foto vincitrici basta andare sul sito del World Press Photo e per approfondire meglio come sono organizzate le categorie in cui vengono presentate le fotografie si può cliccare qua. Quest’anno per selezionare i vincitori, i giudici hanno esaminato quasi 75mila fotografie di 4.315 fotografi da 130 paesi diversi. I temi rappresentati sono stati molti. Oltre alle storie già citate, le foto spaziano dalla Guerra del Nagorno-Karabakh, alle invasioni delle locuste in Kenya; dall’abbattimento di statue di personaggi più o meno controversi al Black Lives Matter; dalle tematiche Lgbt a quelle ambientaliste, e altre ancora.  

La mostra arriverà presto anche in Italia e sarà possibile visitarla dal 7 maggio al 22 agosto al Palazzo Madama di Torino e dal 28 maggio al 22 agosto al Mattatoio a Roma.  

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