di Claudio Riccardi

 

Teatro Stanze Segrete è un  prezioso scrigno incastonato nel cuore della Capitale, a breve distanza dal biondo Tevere. Ha un palco minuscolo, posto a ridosso dei pochissimi posti a sedere. La sensazione è di una forte intimità, che diviene estraniante e magica per l’effetto creato dagli specchi disseminati un po’ ovunque, sulle quattro pareti. In un angolo ecco poi un pianoforte, mentre una scala sul lato opposto moltiplica in altezza i volumi. Stanze Segrete, a Roma dal 1991, è oggi diretto da Ennio Coltorti e Adriana Ortolani. Ne parliamo perché in questo piacevole anticipo di estate, dal 10 al 22 maggio, ha proposto in scena uno spettacolo che ha ricevuto grande consenso dal pubblico. Il titolo, Gli amici degli amici riprende l’omonimo racconto del sommo Henry James. L’autrice Franca De Angelis ne ha tratto libera ispirazione consegnando al regista Christian Angeli un testo dai molteplici piani narrativi.

Sul palco Anna Cianca, Patrizia Bernardini e Francesco Polizzi: straordinari interpreti, amalgamati pressochè alla perfezione. Puliti nella recitazione. Elegantissimi in costumi che riproducono fedelmente le mode della Londra a cavallo tra Otto e Novecento. Indovinato il supporto delle luci. L’atmosfera è ricreata alla perfezione, sembra davvero di trovarsi nelle ovattate sale frequentate dall’alta borghesia inglese.

Rispetto alla versione originale di James, il racconto delle vicende non viene filtrato da un diario ma viene raccontato in forma diretta. Christian Angeli definisce i piani temporali e li mischia continuamente, disegnano un circuito dove la realtà rimanda al sogno e il ricordo si alterna all’immaginazione. L’infatuazione poi amore tra Bernard e Olivia in poco tempo diventa, per quest’ultima, gelosia e ossessione. Olivia rivive nei racconti dell’uomo pensieri e parole già ascoltati da April, sua migliore amica. Per dirimere i dubbi propone di far incontrare i due, April e Bernard, ma per i motivi più disparati l’evento non si realizza. April viene poi a mancare, ma la sua presenza rimane nei viaggi mentali di Olivia.

Passano gli anni e Olivia decide di chiedere aiuto al dottor Meyer, che mette a frutto i nascenti studi di psicoanalisi. Echi di Jung.
Ad ogni ingresso del terapista, Polizzi entra nel personaggio indossando un paio di occhiali. Prende appunti e chiede sempre più tempo a Olivia. Lei, pur aprendosi, non trova risposte alla propria inquietudine.  Il “non senso” si fa sempre più spazio nella narrazione, che inserisce degli intramezzi musicali anche di un periodo totalmente fuori scala, decenni e decenni spostato in avanti.

Fantasmi, idealizzazioni, personaggi reali: il triangolo delle situazioni lascia allo spettatore la libertà di costruire una propria interpretazione dell’accaduto. L’aura di mistero si fa anche delirio mistico, nei dialoghi e nella mimica degli interpreti e con l’abile sostegno delle soluzioni registiche.  Sensazione di trovarsi dentro una nube traslucente, dove le turbe della mente costruiscono, smontano, inventano. Storie, ipotesi, scenari. L’ossessione per un passato che lascia spazio al presente. Tra promesse, rassicurazioni, convenienza e opportunismo. Il risultato è affascinante e coinvolgente.

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