di Andrea Cavazzini

 

Incomparabile showman, James Brown ha lasciato un segno indelebile: dalla musica alla danza, nel rock, nel pop e nell’ hip hop, il suo stile unico di “rhythm and blues” fuso con jazz e soul si è evoluto in ciò che è ancora oggi viene ribattezzata come musica funk. Artista con un’energia sconfinata e una voce straordinaria, ha conquistato la scena musicale per oltre 50 anni, fino al suo ultimo respiro, esibendosi e registrando fino a poche settimane prima della sua morte, il 25 dicembre 2006.

Figlio della “Grande Depressione”, Brown nacque a Barnwell, Carolina del Sud il 3 maggio del 1933. Un’infanzia poverissima e travagliata, lasciò la scuola in seconda media e fu condannato per rapina a 16 anni, trascorrendo tre anni di detenzione in una comunità protetta. Appassionato di baseball aspirava ad una carriera sul “diamante”, ma fu costretto ad abbandonare lo sport a seguito di un infortunio alla gamba. Tuttavia, dopo un incontro casuale con la cantante soul Bobby Byrd, divenne membro della band gospel “The Famous Flames”,  caratterizzata da un sound fortemente influenzato dallo stile di Ray Charles e Little Richard. Grazie al suo dinamismo prorompente ma anche al suo modo di muoversi sul palco, riuscì ben preso a conquistare il centro della scena diventando di fatto il front-man della band. La sua registrazione “Live At The Apollo” del 1963 ebbe un successo senza precedenti, trascorse 66 settimane ai vertici della classifica di Biloboard e divenne il primo LP a vendere oltre un milione di copie.

Una bomba di energia, un fuoriclasse come pochi James Brown, ogni volta che saliva su un palco elettrizzava la scena lasciando un segno indelebile nella musica mondiale degli anni 1970. Soprannominato ” Godfather Of Soul”  (Padrino dell’ anima), ci ha lasciato un patrimonio musicale straordinario: “I Got You (I feel Good)”, “Papa’s Got A Brand New Bag”, “Sex Machine”, “Say It loud, I’m Black & I’m Proud” (un orgoglioso attacco ai pregiudizi razziali), canzoni che  già al primo ascolto ti mettevano la voglia di ballare o come la struggente “It’s  a Man’s Man’s World”, capace di emozionare affrontando il tema dell’importanza delle donne nella società e nella vita del proprio uomo. Ed eravamo appena nel 1968 agli albori della rivoluzione studentesca!

Un’immagine pubblica che cozzava  però con il  Brown privato, uomo controverso, accusato ripetutamente di violenza domestica nei confronti dei membri della famiglia e delle persone a lui più vicine.  Il cosiddetto “dark side” di un monumento della musica tornato dopo la sua morte  a far parlare di sé e di tutte le sue miserie. Capitolo oscuro di una straordinaria carriera vissuta sempre border line, tra successo e una vita privata macchiata dalle sue nefandezze, alla mercé di  alcool e abuso di droghe.

Genio dello spettacolo, eccessivo, arrabbiato a tratti collerico, riuscì a costruire un’unicità intorno al suo essere personaggio. Il suo outfit riconoscibile prevedeva sempre, tacchi e abiti attillati, alcuni dei quali veri cimeli furono battuti all’asta da Christies. Appassionato di boxe, saliva sul palco come se fosse sul ring,  anche indossando un semplice mantello bastava poco per mandare in visibilio una pletora indemoniata di ragazze, diventando di fatto l’icona fetish del blues.

Brown non lasciava nulla al caso, i suoi spettacoli erano studiati nei minimi dettagli, i suoi passi di danza, i suoi cambi di direzione improvvisi, modello di riferimento per Michael Jackson. Fu il  il primo artista nero ad avere una visione nel modo di fare spettacolo e che ispirerà in seguito molti artisti, Prince incluso.

Cantante, autore, compositore: con più di 150 titoli nel suo repertorio, re incontrastato del palcoscenico un genio del rithm & blues. Tra sacro e profano di lui qualcuno sosteneva che aveva un piede nel Vangelo e l’altro nel blues, sempre e comunque un passo avanti agli altri.

Fu anche il simbolo del riscatto sulla miseria e sulla segregazione razziale, africano che incitava all’orgoglio nero pur tifando capitale e libero mercato. Nel 1968, dopo l’assassinio di Martin Luther King, il sindaco di Boston lo chiamò per evitare rivolte, diventando la voce della comunità nera e portatore di speranza in un epoca attraversata da forti rigurgiti razziali, nonostante l’approvazione del Civil Rights Act avvenuta nel 1964 grazie alla presidenza Kennedy prima e da Lydon Johnson poi. Il suo motto era: “Se vuoi avere successo, solo tu puoi ottenerlo!”

 

Condividi su: