di Giorgia Leuratti

 

Un piccione afferra famelico un tozzo di pane, le mani grinzose d’un anziano, poi il tonfo del suo bastone a terra; è la repentina successione di primissimi piani, tutti veicolati da un inquadratura dal basso, a caratterizzare le immagini iniziali di “Hungry Birds”, cortometraggio del regista ragusano Raffaele Romano vincitore del “Los Angeles Film Awards” (LAFA) come miglior cortometraggio indipendente.

Si sgranano all’improvviso gli occhi di un barbone (Giovanni Arezzo), avvolto in un sacco a pelo, trangugia il fondo di una lattina per poi addentrarsi spaesato nel chiasso della città: “I’m hungry” e ancora “Just a piece of bread”; diretti dalla fretta o dalla noncuranza, quasi tutti i passanti ignorano la sua richiesta d’aiuto.

Se Londra si muove su ritmi veloci, frenetici; diverso appare il ritmo del protagonista che, sospinto da una fame disperata, si muove nella metropoli alternando l’elemosina allo sconforto, l’ispezione dei bidoni alla ricerca ossessiva di mozziconi di sigaretta: avvolto in quegli abiti, sempre più sudici (Sarah Pollicita), continua ad errare fino a ritrovarsi in un parco.

Placido, quasi divertito un anziano signore (Dominic Chianeseattore de “I Soprano”, “Il Padrino parte II”, “Boardwalk Empire”, “Law & Order”)  distribuisce molliche ai piccioni; avventandosi sulla pagnotta gli uccelli lottano brutali per la propria sazietà, reciprocamente violenti, individualisti, tiranni: laddove la scena appare come rappresentazione ferina di una dinamica sociale individualistica, limpida è l’assonanza con l’autoreferenzialità e l’indifferenza specificamente antropomorfa, che dominava le scene precedenti.

Ponendo una linea sottile tra l’essere piccioni e l’essere appartenenti ad una società contemporanea spinta dalla ricerca del proprio utile, il regista rivolge ora lo sguardo ad un contesto paradossale, quello di un parco dove un uomo è in procinto di morire di fame, un altro lo umilia e lo beffeggia ostinandosi senza scrupoli a saziare gli uccelli: “What do you want?”.

Climax della scena, eloquente nei suoi risvolti macabri, la conclusione sembra ribaltare i ruoli e le sorti della circostanza attraverso il ricorso ad un’ironia lancinante, resa possibile dall’immediatezza espressiva degli interpreti.

Adiuvato dalle composizioni del compositore ragusano Giovanni Dall’Ò e il sound design da Vera Sorrentino presso gli studi Shine Records di Ragusa il cortometraggio si afferma nella sua componente grottesca anche grazie al montaggio e la color correction di Daniele Nania.

 

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