di Andrea Cavazzini

 

 

Non so se Robert Allen Zimmerman per tutti Bob Dylan, sia un poeta, un musicista, un cantante, un trovatore, un funambolo, un pagliaccio, un’icona, un genio, un acrobata, un visionario, un narratore, un ammaliatore, o un Cristo senza spine e penso che non sia per nulla importante saperlo. Ma sicuramente è tutto questo insieme e anche di più. È semplicemente Bob Dylan.

È il principe delle nuvole, è il re pazzo, è il buffone delle tragedie shakespeariane, è un’opera letteraria, è la Resurrezione, “l’Uomo Tamburello” e anche “l’uomo che soffia al vento”, è tutto ciò che gli altri non sono: è unico.

Certo, non ha scritto romanzi ma ha fatto anche  di meglio; ha composto dozzine, centinaia di canzoni che valgono tutte le composizioni letterarie della terra, ha tolto la polvere dalla poesia e l’ha riversata sugli LP, ha gareggiato in scoperte linguistiche, ha scritto versi che hanno trascinato nella mente della mia generazione e di quella che l’ha preceduta messaggi dall’aldilà, ha trascorso la sua vita reinventando sé stesso e lui a sua volta ha reinventato le nostre stesse vite. Uno che ha lasciato tracce del suo passaggio, non prove, all’alba del suo 79 compleanno che cade oggi 24 maggio.

Bob Dylan sicuramente è stato uno dei poeti contemporanei più influenti che ha avuto un ruolo fondamentale nelle coscienze dei giovani degli anni ’60, il primo ad affrontare nelle sue canzoni temi sociali e politici.

Lui e la sua musica hanno attraversato gli anni sessanta, lasciando dietro di sé i suoi discepoli politici e folk, confusi dal suo pensiero e dalle  esplorazioni elettrizzanti delle sue idee ai più ancora sconosciute. Con canzoni come “Mr Tambourine Man”, “Desolation Row”, “Like A Rolling Stone” e “Just Like A Woman”, ha creato la road map delle emozioni per un’intera generazione.

E pensare che da giovane ventenne appassionato di country, blues e rock’n roll, quello di Elvis e Jerry Lee Lewis per capirci, al suo primo album fece un fiasco clamoroso. Ma non si arrese alla prima difficoltà e lottò per imporre il suo stile e la sua voce rauca, e da li a poco ecco la svolta. Nell’aprile del 1962, un titolo che sarebbe diventato l’inno di un’intera generazione: “Blowin ‘in the Wind “, una canzone pacifista che ha incarnato la protesta della guerra del Vietnam negli anni ’60, diventando “ipse facto” un inno per i diritti civili. Una canzone che lo stesso Dylan registrò svariate volte cambiando il tempo, il ritmo, l’intonazione della voce, ma mai il testo!

Pittore, scultore e artista, Dylan  autore di libri, negli ultimi due decenni, ha continuato a condividere la sua musica e ha fatto tournée con molti grandi nomi, tra cui Paul Simon, Joni Mitchell e Van Morrison.

Ha vinto tantissimi premi: Grammy, Academy, Golden Globe, nel 2008 un Pullitzer che tradizionalmente viene assegnato ai giornalisti, per il profondo impatto sulla musica popolare e sulla cultura americana e nel 2012 ha ricevuto la medaglia presidenziale per la libertà dal presidente Barack Obama. Nel 2016 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Una decisione controversa, la prima volta che l’onore fu concesso ad un musicista. Tante volte copiato, i suoi pezzi addirittura sono stati  arrangiati in modo straordinario anche in chiave jazz, ma mai eguagliato.

La festa è appena iniziata, venite gente e non c’è bisogno di un biglietto d’ingresso, di pass gratuiti o di raccomandazioni, per entrare. Il mondo caro Bob è ai tuoi piedi, cappello, chitarra e armonica, queste sono le uniche cose di cui avrai bisogno,  l’apocalisse dovrà aspettare ancora un pò. Grazie mister Zimmerman, per tutte le parole e la musica che ci hai regalato e che ci hanno fatto sognare! Fai un compleanno favoloso e resta per sempre giovane.

 

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