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Goldoni, risate d’epoca in chiave novecentesca

“L’impresario delle Smirne” al Teatro Arcobaleno tra farsa e grottesco

C’è un’aria frizzante al Teatro Arcobaleno, dove fino al 18 gennaio 2026 va in scena una rilettura scanzonata de L’impresario delle Smirne. Carlo Goldoni scrisse questa commedia nel tardo Settecento con l’intento di mettere alla berlina i vizi del mondo teatrale del suo tempo, ma l’attuale messinscena compie un’operazione di restyling decisa e godibile: l’azione viene trasposta dai canoni veneziani del XVIII secolo ai primi del Novecento. Se temete però di trovarvi di fronte ai tormenti esistenziali di Ibsen, alle cupezze di Strindberg o alle scomposizioni dell’identità tipiche di Pirandello, potete tirare un sospiro di sollievo.

Susy Sergiacomo Gigi Savoia e Francesca Bianco

Qui la scelta è chiara e dichiarata: si ride e basta. Non c’è spazio per l’introspezione psicologica moderna; lo spettacolo punta tutto su una comicità semplice, diretta e contigua alla farsa (o -come si dice oggi- allo slapstick) che si offre al pubblico in modalità grottesca senza troppi preamboli o veroniche intellettuali.

Sappiamo che la grande missione di Goldoni fu quella di emancipare il teatro italiano dalla rigidità delle maschere della Commedia dell’Arte per approdare ai caratteri. In questa produzione, i profili psicologici sono forse tagliati “a spanne”, ridotti a tratti temperamentali o a un solo perimetro di genere, quasi caricaturali, ma è proprio questa l’arma vincente della serata.

Una compagnia di attori, in perenne attesa del saldo delle loro competenze, viene illusa dal furbo Direttore e dal suo segretario che un impresario turco, appena sbarcato in città offrirà a tutti una ingente scrittura, capace di compensare le pretese economiche di tutti. Ma si tratta di una messinscena, degna dei travestimenti di Plauto, architettata per prorogare ancora il tempo delle paghe.

In questo contesto narrativo agisce un riuscito comparto di presenze, utili a comporre l’ordito. Le donne della compagnia: sono loro il vero motore della pièce. Pettegole, rissose, perennemente in competizione per un ingaggio o per un complimento del ricco mercante turco vagheggiato dall’impresario impostore e dal braccino corto. La loro energia riempie la scena, offrendo uno spaccato di vanità teatrale che, pur essendo datato, appare quanto mai attuale.  Gli uomini diventano fatalmente figure secondarie, scontando la loro vicarietà al servizio del comparto femminile (è il caso della vittima designata Pasqualino, l’attor giovane, incarnato da Alessandro Laprovitera, destinato a fare da cavalier servente alla prima donna Tognina), in nome ora di un’aspettativa sentimentale, ora di una rincorsa affannosa dietro alla loro vitalità sorgiva, che non fa prigionieri (spazio e attenzioni in quella compagnia è invaso dalle donne e al povero Maccario interpretato da Giuseppe Cattani, aspirante drammaturgo, non resta che un misero spazio da suggeritore). Il fantomatico impresario turco: la figura del “salvatore” venuto da lontano diventa il pretesto per scatenare le bassezze e le speranze di una compagnia di attori allo sbando.

Lo spettacolo come abbiamo detto, non ha pretese filosofiche, ma possiede il pregio della chiarezza. È una macchina teatrale oliata per produrre divertimento puro. La regia (inappuntabile, di Carlo Emilio Lerici) sceglie di non sporcare il testo con intellettualismi, lasciando che siano le situazioni grottesche e i ritmi serrati dei dialoghi a fare il lavoro sporco. Una commedia dove il carattere è tutto, la risata è garantita e la fedeltà storica lascia il posto a un’efficace e spensierata vitalità novecentesca.

Ma tutto considerato, il pregio di questo allestimento risiede nel cast, capace di dare corpo a quei “caratteri tagliati a spanne” con una padronanza scenica encomiabile.

Al centro della scena domina Gigi Savoia (nei panni del Direttore e del fantomatico Impresario turco Alì): il suo ruolo diventa un monumento di mestiere e carisma, capace di reggere i tempi comici con la naturalezza dei grandi interpreti. Al suo fianco, la sfida tra primedonne è il cuore pulsante del divertimento: Francesca Bianco interpreta una Tognina (la “prima donna”) perfetta nel tratteggiare la boria e le pretese di chi crede che tutto le sia dovuto. La sua performance risulta un’esplosione di energia, capace di rubare la scena grazie a una mimica e a una verve di rara efficacia, nel conflitto con la più anziana Annina (Susy Sergiacomo), che per un diritto anagrafico pretende per sé ogni tipo di primato, a cominciare dal primo camerino.

Francesca Bianco e Gigi Savoia

Non sono da meno i comprimari, che completano questo affresco di varia umanità: Roberto Tesconi veste i panni di Carluccio, l’artista, con la giusta dose di velleità e goffaggine (capace però di sfoderare vocalizzazioni da vero talento lirico), mentre Francesca Buttarazzi incarna con freschezza la giovane Lucrezia, portando sul palco la necessaria ingenuità del talento esordiente. Infine, Paolo Perinelli, nel ruolo del segretario del direttore, si conferma una presenza solida e misurata, fondamentale per dare ritmo e struttura agli incroci della trama. Ottima la presenza scenica di Andrea Bezzi, che si distingue specialmente nel suo secondo ruolo di servitore dell’impresario Alì. Completa il cast Anselma, la sarta di compagnia interpretata da Alessandra Santilli.

Impeccabili i costumi di Annalisa Di Piero, e la scelta musicale che si deve a Francesco Verdinelli.

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“L’impresario delle Smirne” di Carlo Goldoni – Regia Carlo Emilio Lerici – con Gigi Savoia, Francesca Bianco, Francesca Buttarazzi, Giuseppe Cattani, Alessandro Laprovitera, Paolo Perinelli, Alessandra Santilli, Susy Sergiacomo, Andrea Bezzi, Roberto Tesconi – Musiche Francesco Verdinelli – Costumi Annalisa Di Piero – Scenografia Marilena Maddonni – Costruzioni scenografiche Diego e Simone Caccavallo presso “Officine Teatro Belli” – Produzione Teatro Belli – Teatro Arcobaleno dal 09 al 18 gennaio 2026

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