di Edoardo Vezzi

Nell’anno della pandemia da COVID-19 sembra stia tornando, con tutte le precauzioni del caso, il tempo della cultura, degli eventi e dei musei. A Roma, al Palazzo delle Esposizioni, è infatti arrivata una mostra molto importante in ambito fotografico, ma anche culturale e sociale, risultato del prestigioso concorso del World Press Photo. L’organizzazione con sede ad Amsterdam si impegna dal 1955 a far conoscere al mondo le fotografie iconiche che ogni anno riempiono i nostri giornali, magazine e riviste e negli ultimi anni anche i nostri social.

Per questa 63° edizione, la giuria formata da esperti internazionali ha esaminato i lavori di 4.282 fotografi, provenienti da 125 paesi per un totale di 73.996 immagini. Sono arrivati in finale 44 fotografi, provenienti da 24 paesi.

Questi numeri possono spiegare, almeno parzialmente, il valore di questa rassegna che ha come obiettivo quello di creare una breccia nella mente di un pubblico sempre più affamato di notizie, che vuole e deve conoscere le dinamiche socio-politiche, i temi di attualità che stanno caratterizzando le nostre vite. La mostra del World Press Photo risulta essere fondamentale sia per gli autori che presentano le proprie immagini, cercando meritatamente una visibilità più ampia e dei finanziamenti per continuare i propri progetti, ma anche per gli spettatori che possono trovare in questi frame l’arte della fotografia combinata alle storie di tutto il mondo che stanno delineando un’epoca.

La giuria ha deciso di premiare come foto dell’anno un’immagine, intitolata Straight Voice che possa ispirare fiducia, il soggetto è una voce nel buio, un canto disperato. “Soprattutto in un tempo in cui c’è molta violenza e molti conflitti, è importante un’immagine che possa ispirare le persone. E qui vediamo questo giovane che non sta sparando, non lancia sassi, ma recita una poesia. Esprime un senso profondo di speranza” ha spiegato Lekgetho Makola presidente della giuria.

Tra i finalisti troviamo anche sei fotoreporter italiani: Fabio Bucciarelli, Luca Locatelli, Alessio Mamo, Nicolò Filippo Rosso, Lorenzo Tugnoli e Daniele Volpe.

Bucciarelli, Locatelli e Volpe hanno partecipato a un live talk online (disponibile a questo link: https://www.facebook.com/PalazzoEsposizioni/videos/975801356192511) in cui presentano i loro lavori e spiegano cosa vuol dire per loro fotografare la realtà in questa era digitalizzata. In un momento storico in cui le news viaggiano velocissime, dice il torinese Bucciarelli, la fotografia permette di condensare un avvenimento importante in poche immagini che, unite ad altre fotografie, possano delineare un racconto e creare quindi una memoria storica. La missione del reportage fotografico è, per Daniele Volpe, oltre che di denuncia, oltre che di informazione, quella di creare un’icona storica che possa trascendere il tempo. Il fotogiornalismo però non si ferma alla rappresentazione dei fatti come solo scopo di denuncia, è infatti molto originale la scelta dell’autore Luca Locatelli di rappresentare la crisi climatica e ambientale in cui ci troviamo. La sua ricerca si focalizza sulle alternative tecnologiche che aziende e scienziati stanno mettendo in piedi per avvicinarsi sempre di più alla cosiddetta economia circolare. Le fotografie quindi vogliono quindi mostrare che delle alternative esistono, gli addetti ai lavori lo sanno e un futuro in cui l’ambiente è al centro delle decisioni delle politiche di ogni paese è possibile.

Questi sono solo alcuni esempi di storie fotografiche che è possibile ammirare in questi giorni. La mostra, che presenta fotografie sotto otto categorie differenti (Contemporary Issues, Environment, General News, Long-Term Projects, Nature, Portraits, Sports e Spot News), è stata inaugurata il 16 giugno e sarà disponibile fino al 2 agosto prima di riprendere il suo cammino verso i musei di tutta Europa.

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