di Miriam Bocchino

 

 

Una casa circondata da tapparelle chiuse come una prigione, persone dentro che l’abitano silenziose ed impegnate a fare “qualcosa”, un uomo che sopraggiunge fuori da quella casa: questa è la scena con cui si apre “Giusto la fine del mondo”.

Lo spettacolo, in scena al Piccolo Eliseo fino al 1 marzo, è l’adattamento dell’opera di Jean-Luc Lagarce da parte del regista Francesco Frangipane, con la traduzione di Franco Quadri. L’autore si rifà alla sua condizione di malato di AIDS, così come lo è il protagonista Louis.

Louis (Alessandro Tedeschi), 34enne, malato di AIDS, in procinto di morire, dopo un anno dalla diagnosi decide finalmente di ritornare a casa dai familiari. La sua lontananza è durata anni tant’è che la sorella più piccola Suzanne (Angela Curri) non ha alcun ricordo di lui e per tale motivo lo accoglie con infantile gioia ed euforia. Vuole raccontare a quel fratello sconosciuto la sua vita e i suoi problemi, a differenza del fratello Antoine (Vincenzo De Michele), che lo riceve con livore. Sarà l’unica estranea alle dinamiche familiari, la moglie di Antoine, Catherine (Barbara Ronchi) a cercare di stemperare la tensione iniziale con inutili chiacchiere sui figli.

La madre (Anna Bonaiuto) è colei che appare stranamente calma, quieta, il non detto attraversa tutto il suo viso che, tuttavia, cerca di non comunicare altro se non gioia e voglia di riconciliazione.

L’intera pièce è colma di parole non dette, di sguardi celati e di conversazioni banali. Non scopriremo mai il perché dell’allontanamento di Louis e lo stato della sua vita attuale. Tutti sembrano volergli comunicare i propri sentimenti ma nessuno afferma qualcosa di davvero sensato. E il protagonista stesso, tornato in famiglia per annunciare la tragica notizia della sua morte imminente, si ritroverà muto, fermo, immobile.

Dallo sguardo imperscrutabile Louis si svelerà solamente nei brevi monologhi, in cui la famiglia, grazie al sapiente gioco di luci di Giuseppe Filipponio, sfumerà divenendo evanescenza e facendo diventare il pubblico unico interlocutore. Un pubblico forse non esistente, se non nella coscienza di Louis. Una coscienza che lo ha spinto, 10 giorni prima, alla riflessione e alla convinzione che nessuno è in grado di stargli accanto e per tale motivo i famigliari lo hanno amato come si ama una persona che non c’è. In effetti non è comprensibile alcunché nell’accoglienza che i familiari gli riservano: alla gioia esagerata della sorella si contrappone la calma della madre e la rabbia del fratello, che ha, da sempre, vissuto con la sua ombra.

“Ormai niente mi lusinga più della mia angoscia”. Louis è gelido, incapace di parlare e di accogliere i sentimenti divergenti delle persone che lo attorniano.

Il regista, grazie alle scene di Francesco Ghisu, ci fornisce una fotografia sbiadita di sentimenti annullati e di azioni soppresse. “Giusto la fine del mondo” è uno spettacolo che si osserva dal di fuori, come “sbirciando da una finestra”. Non si scopre nulla dei protagonisti e tutto è semplicemente quello che si vede e si ascolta. Gli attori stessi, a causa di un testo essenziale e poco approfondito, sembrano limitati nell’interpretazione ma senza risultare “sbagliati”.

La mancanza di introspezione non consente di sentirsi in empatia con i personaggi, ancor più con il protagonista. Louis è una figura evanescente, dimenticabile; solo i monologhi permettono di conoscere la sua voce e la parvenza di pensiero che lo attraversa.

La freddezza di una scena familiare che suscita tensione, grazie, anche, alle musiche originali di Roberto Angelini, rende “Giusto la fine del mondo” uno spettacolo in grado di restituirci la fotografia visiva dell’incomunicabilità umana.

 

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