di Edoardo Vezzi

Il critico cinematografico Marcello Garofalo nel 1993 registrava, insieme alla regista Antonietta De Lillo, una lunga conversazione con il grande regista italiano Lucio Fulci. Nel 2021, quasi vent’anni dopo, viene distribuito il documentario “Fulci Talks”, statico e semplice sì, ma pieno di aneddoti e curiosità: un ritratto del grande artigiano del cinema.

Dicevamo, statico e semplice. Almeno nel montaggio e nella scenografia. Per un’ora e venti Lucio Fulci, seduto su una sedia a rotelle racconta la sua vita e il suo cinema, incalzato dalle domande di Garofalo e De Lillo. Niente set. Solo le voci fuori campo, un muro bianco e una luce alla sua sinistra, per proiettare sul muro un’ombra dal sapore hitchcockiano. Lunghi primi piani del suo volto che parla, parla tantissimo, come se finalmente potesse raccontare tutti quei pettegolezzi e quei pensieri che gli ronzavano per la testa.

È un flusso di coscienza apparentemente infinito. Fulci comincia a narrare la sua vita da quando era piccolo, l’incontro con l’arte e con il cinema. Le collaborazioni con Totò, finite in maniera particolare; i lavori con Franco e Ciccio; la sua rivalità con il maestro dell’horror Dario Argento.

L’intervista in “Fulci Talks” rispecchia il suo percorso cinematografico. Non può essere definito solamente un regista dell’orrore, ha stravolto tanti generi diversi: spaghetti western, commedia, thriller e horror tra gli altri. È esemplare che venga definito come “Il terrorista dei generi” dall’omonimo libro scritto da Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore. E così, ripercorre nella lunga intervista gli stessi passi lasciati durante la sua lunga carriera. Non si sofferma solo sui suoi successi legati all’orrore, ma ricorda con grande affetto le sue prime commedie e il suo primi passi nel mondo della cinematografia, al fianco del grande Steno.

Traccia la sua idea di cinema ma anche della critica e dei critici, che devono, secondo lui, imparare a vedere tutto, dovrebbero abboffarsi di film. Mostra tutto sé stesso, si mette a nudo. Prima si elogia, poi si autocritica. Si definisce un “regista con delle punte”, ogni tanto, insomma, qualche suo film è spiccato raggiungendo grande fama e grandi incassi.

Non si risparmia sui colleghi. Cita spesso Dario Argento, sempre accomunati e dipinti come rivali negli anni, dalla stampa e dai media. Incalzato proprio su questo tema, descrive un ritratto del suo “rivale” troppo diverso da lui, rigettando tutte le critiche che lo accusavano di copiare dai suoi film. “Argento vive nei suoi incubi” dice. E lui? Lui con accento quasi vanitoso si definisce un “coacervo di incoerenza”, sottolineando la sua capacità nel muoversi su tanti piani diversi, ma anche molto “ironico”, per questo apprezzato in America.

Nel suo viaggio discorsivo ricorda ed esamina alcune delle sue pellicole e le idee che le riempiono. Parla dell’importanza del “dubbio” come base di un horror, per esempio in Paura nella città dei morti viventi ma anche della crudeltà e della cattiveria, termini che usa per definire il suo “profetico” Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia… All’onorevole piacciono le donne del ’72.

Non manca di certo la politica. “Chi sono gli zombie per Fulci?”, gli viene chiesto. “Sono gli uomini di potere. Li puoi fare fuori solo colpendoli in faccia, ma è impossibile, perché loro la nascondono”.

“Fulci Talks” è documento storico per riscoprire il cinema di uno sfacciato, ironico e sensibile artista. È la chiave per avvicinarsi per la prima volta o ritrovare dopo tanto tempo un artigiano dei film, che con il suo lavoro, è entrato nella storia del cinema italiano.

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