di Giorgia Leuratti

 

Nel viale buio, un uomo; chiama un altro uomo, con una scusa lo esorta ad affacciarsi dalla finestra, a sporgersi; poi la caduta, la morte.

E’ l’immagine di una piccola calca, di una folla gremita attorno ad un corpo esanime, a dare inizio a “Fronte del porto” di Alessandro Gassmann tratto dall’omonima opera di Budd Schulberg in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 15 Dicembre.

“Non ha mai fatto quello che gli dicevano di fare” – nell’accorrere la sorella straziata, il padre ammutolito dalla disperazione; alcune figure lamentano la perdita di Peppe convinti che quel che è accaduto non sia stato un incidente: evento scatenante dell’intera pièce, l’omicidio non è che l’innesto di una realtà più fosca ed estesa che, traslata nella Napoli degli anni Quaranta, ne rivela gli aspetti più torbidi e cruenti.

Nel rutilante mutare delle scene, reso possibile dall’utilizzo, non sempre convincente, di ambientazioni proiettate sul fondale; fulcro centripeto dell’azione è il porto partenopeo: questo il luogo di ritrovo della losca cricca che dirige un mercato del lavoro contraffatto, governato dalla ferina violenza dei suoi fautori.

Nell’ambito di una composizione corale entro cui ognuno dei personaggi acquisisce una propria connotazione, si situa l’evoluzione psicologica di Francesco Gargiulo; dapprima personaggio-strumento si tramuta in protagonista attivo, che grazie all’aiuto di Don Bartolomeo metterà in atto una presa di coscienza, un intervento mirato a contrastare il clima di vessazione messo in atto dalla criminalità organizzata.

Un suono di campane, il funerale di Peppe, poi ancora risse e grida alla banchina del porto; sospeso fra verità e menzogna, Francesco non riesce dapprima a districarsi dalla sua viltà, fino a che l’amore per Erika lo rende capace di un nuovo, saldo senso di giustizia.

In un microcosmo dove “i santi veri stanno in mezzo alla strada” e l’unico strumento di salvezza appare la denuncia di una personale, risucchiante realtà di appartenenza; sembra compiersi un riscatto in una pièce che, declinata nei luoghi e nella lingua napoletana, sembra così aprirsi a nuovi livelli di lettura.

Sebbene il ricorso al pathos nell’interpretazione risulti spesso eccedente, la scelta di un cast eterogeneo permette di tratteggiare limpidamente le peculiarità dei diversi personaggi: ciò permette loro di ricreare armonia sulla scena.

Con Emanuele Maria Basso, Antimo Casertano, Antonio D’Avino, Sergio Del Prete, Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama, Daniele Marino, Biagio Musella, Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice.

 

 

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