20 Maggio @ 21:00 – 24 Maggio @ 18:00 CEST
Gli intricati legami affettivi e la sete di dominio nel dittico del regista Claudio Tolcachir, indiscusso protagonista della scena argentina e fondatore del Teatro Timbre 4 a Buenos Aires,
| 20 – 23 maggio ore 21:00 – 24 maggio ore 20 Los de Ahì testo e regia Claudio Tolcachir con Nourdin Batán, Fer Fraga, Malena Gutiérrez Nuria Herrero e Gerardo Otero scene e costumi Lua Quiroga Paulluci Juan Gómez-Cornejosound design Sandra Vicenteconsulenza artistica Lautaro Perotti, Mónica Acevedo eMaría García de Oteyzaaiuto regia María García de Oteyzaaiuto luci Pilar Valdevira foto Bàrbara Sànchez Palomero produzione Centro Dramático Nacional, Producciones Teatrales Contemporáneas y Teatro Picadero, Carnezzeria | 21 – 23 maggio ore 19:00 – 24 maggio ore 18:00 Rabia dalla novella di Sergio Bizzio adattamento Claudio Tolcachir, Lautaro Perotti,María García de Oteyza, Mónica Acevedoregia Claudio Tolcachir e Lautaro Perotticon Claudio Tolcachir luci Juan Gómez-Cornejosound design Sandra Vicentevideo e scene Emilio Valenzuelaaiuto regia Mónica Acevedo e Maria Garcìa de Oteyza produzione Producciones Teatrales Contemporáneas, Pentación, Timbre 4, Morris Gilbert-Mejor Teatro, Mariano Pagani, Teatro Picadero y Hause & Richman |
spettacoli in lingua originale con sopratitoli in italiano
Il Teatro India si prepara ad accogliere, dal 20 al 24 maggio, uno degli indiscussi protagonisti della scena internazionale, Claudio Tolcachir, il regista e drammaturgo argentino, fondatore del Teatro Timbre 4 di Buenos Aires, torna a Roma con un dittico di spettacoli, Los de Ahi e Rabia, per esplorare le frustrazioni, le violenze silenziose e gli intricati legami affettivi che si consumano nella nostra quotidianità.
Si inizia con Los de Ahì, in scena dal 20 al 24 maggio, con una riflessione sulla brutalità dell’indifferenza e sull’immigrazione. L’opera segue quattro fattorini, in attesa di istruzioni da una macchina nel nulla, dove una biglietteria intelligente gestisce gli ordini che determinano il loro lavoro. Un racconto che mette in luce la solitudine e l’impotenza di chi è schiacciato da un sistema che li riduce a ingranaggi di una macchina che non riconosce la loro umanità. Sulla scena una brughiera poco lontana da una città straniera e una macchina situata nella boscaglia, una sorta di armadietto intelligente, organizza gli ordini. I protagonisti, Nuno, Munir, Dani ed Eduardo aspettano il segnale, il suono che annuncia la loro prossima destinazione. L’indirizzo della spedizione appare sulla mappa dei loro telefoni. Ritirano il pacco, salgono sulla bici e consegnano l’ordine, indovinando un po’ il percorso. Ignorando completamente ciò che viene trasportato e poi, di nuovo al punto di partenza. Fino a quando la macchina situata nella boccola non dà nuovamente il segnale. Son esseri invisibili in una città che attende i loro servizi, tessono la loro esistenza, organizzano, si prendono cura di sconosciuti, diffidano.
«Ho paura, lo confesso. Probabilmente sono gli anni che mi hanno reso più fragile. È il suono del respiro dei miei figli nel sonno – afferma Claudio Tolcachir – La crudeltà non è una novità, lo so. L’indifferenza, tuttavia, sembra una scoperta di questi tempi. Quelle persone laggiù sono un piccolo universo invisibile, pieno di vita. Esseri ignorati, di cui normalmente non ricorderemmo i volti e i nomi. Forse è questo: fermarsi, avvicinare l’obiettivo finché non riconosciamo i loro sguardi e le loro voci. Riconoscere le loro storie; forse non siamo poi così diversi. Non siamo a più di un passo dall’essere stranieri, invisibili e orfani come loro. Vedere come se fosse la prima volta. Ascoltare come se fosse la prima volta. Mi piace pensare a uno spettatore attivo, curioso, intuitivo. Se il teatro mi permette di iniettare un pezzo di vita lì, di recuperare una dimensione umana di fronte all’anonimato anestetizzante, saprò perché lo faccio. Una piccola battaglia, combattuta per il bene. Per affrontare la paura. «C’è un luogo, così vicino al cuore del mondo, che il mondo se n’è dimenticato.»
Dal 21 al 24 maggio va in scena Rabia, tratto dalla novella di Sergio Bizzio, in cui Claudio Tolcachir trasforma il suo corpo in un campo di battaglia dove risolve ogni discussione su queste due discipline, così simili eppure così distinte. È opera di un alchimista: nel suo duplice ruolo di attore e regista, quest’ultimo insieme a Lautaro Perotti, trasforma un materiale di altra natura – la letteratura – in arte drammatica, e stabilisce una connessione ipnotica e profonda con lo spettatore. La regia, il suono, le luci, la scenografia, ogni aspetto rivela una maestria assoluta. «Ci sono progetti che si impossessano del nostro corpo in modo quasi ossessivo e non ci lasciano andare finché non si vede la luce. Rabia è uno di questi. Da quando ho letto il romanzo, sono rimasta intrappolato da immagini, sensazioni, momenti che mi hanno segnato profondamente, finché non ho intuito che il piacere morboso che mi procurava rivisitare la storia poteva essere una cerimonia teatrale unica e affascinante – continua il regista – Raccontare questa storia significa immergersi nell’avventura più rischiosa. La storia del protagonista è rischiosa, così come lo è la missione di dispiegarla nello spazio. Ma perché fare teatro se non ci buttiamo nell’abisso, se non impazziamo d’amore e di paura? Se non tremiamo prima di iniziare, abbracciati da coloro che danno senso alla nostra vocazione e al nostro lavoro?»
Teatro India
Roma, Italia + Google Maps 06.684.000.311/314
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