di Claudio Riccardi

 

Il dramma della conoscenza, il dramma di un uomo vinto dalle maglie del destino, malgrado la sua volontà e la sua ribellione. Dal 10 al 13 marzo, il palcoscenico di Teatro Lo Spazio ha accolto Edipo RE_make, una rilettura in toni noir e contemporanei del classico di Sofocle. Uno spettacolo che descrive un’atmosfera d’interni, con un letto girevole a dettare i cinque atti della scena in connessione a sfere luccicanti che irregolari rotolano a terra. Una produzione realizzata dalla Compagnia Bottega del Pane per la direzione di Cinzia Maccagnano, che è anche interprete protagonista insieme a Dario Garofalo, Raffaele Gangale, Luna Marongiu e Cristina Putignano.  

L’Edipo che nella scena iniziale giace disteso, avvinghiato nelle rosse lenzuola della passione a Giocasta, è come se negasse o avesse dimenticato la sua missione: sconfiggere la grave pestilenza che per ira di Apollo si è scagliata sul popolo di Tebe. Ma c’è anche dell’altro, l’oracolo di Delfi  – lapidario  – ha dichiarato che un giorno Edipo dovrà ricongiungersi con sua madre e versare il sangue di suo padre. La profezia vede ma Edipo non vede. Si alza a fatica dal letto, evoca la ragione poi l’istinto, attivando dialoghi serrati che diventano sempre più interrogatori, con Creonte e con Tiresia, quasi fossero voci interiori di tormento. Che lo inducono a scavare nel conscio e nell’inconscio affinché la verità si palesi accecante come la luce.

Edipo sa ma ha dimenticato, perciò intraprende un percorso dall’interiorità alla vita reale che riporta sé stesso e lo spettatore a quella verità ineluttabile, già scritta. Creonte prima, Tiresia poi e la stessa Giocasta, ciascuno a proprio modo, sembrano condurre il re a specchiarsi per vedere sé stesso e, “per oscura che sia”, la sua stirpe. Un’indagine sul colpevole. Le sfere a specchio, gli specchi disposti sopra la testiera del letto, la metafora del doppio.

Profondo è il lavoro della compagnia sull’espressione e l’espressività del linguaggio. Fisico e vocale. I dialoghi sono interrogatori, netti, incalzanti. Il bene a Tebe sarà ripristinato solo quando il colpevole dell’assassinio del Re Laio sarà scoperto e punito. Giocasta, fascinosa manipolatrice, usa le grinfie del suo fascino malvagio per trattenere Edipo dall’approdo alla conoscenza.
Lo scatto decisivo, verso la “giusta” direzione, arriva con l’intervento dell’indovino Tiresia, che facendo eco ai versi di Isaia scuote il protagonista. Edipo nella sua inchiesta commette però l’errore di escludersi a priori dal casus belli che va a ricercare negli altri. L’eroe è tragico e innocente colpevole, predestinato, vorrebbe essere libero ma invece si pone nel mezzo tra le forze della volontà divina e la responsabilità individuale. Porta la macchia dei peggiori crimini, ha ucciso il padre, Re Laio, ma non lo sa. Come non sa che la donna che ha posseduto e dalla quale ha avuto dei figli è sua madre. Atti che sfuggono alla sua coscienza.

E noi, come lui, siamo disorientati, soli e fragili. Siamo corpi in cerca di una luce, che per Edipo arriva come una condanna. “Luce, ora ti vedo per l’ultima volta!” grida disperato, nell’atto conclusivo, quando ormai tutto è stato rivelato. L’abbagliante verità squarcia le tenebre dell’ignoranza. Edipo capisce e si punisce, privandosi degli occhi, fonte dell’inganno. Intraprende così la dolorosa via della conoscenza di sé e delle proprie azioni. Realizza le proprie colpe, per risposta decide di lasciare Tebe, la sua gente, e condannarsi all’esilio.

Il messaggio che arriva agli spettatori ruota all’essenza del sapere come volano imprescindibile per la costruzione della dignità umana. La tragedia di Sofocle, classico intramontabile, risplende grazie all’encomiabile lavoro di Bottega del Pane. Interpreti applauditissimi dal pubblico dello Spazio nelle quattro serate di programmazione.

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