di Edoardo Vezzi

 

“Noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene”, e allora Rocco Carbone e Pia Pera una vita la stanno ancora vivendo e, forse, con questo libro Trevi ha sperato che questa si allungasse ancora un po’ di più, essendosi spezzata così presto quella fatta di sangue.

“Due vite” ci mette di fronte a un intreccio di amicizia profonda, imperfetta ma vera, che si è dissolto quando Rocco prima e Pia poi, sono morti. A molti sono noti, ad altri no, ma non importa perché la scrittura di Emanuele Trevi è impattante e il racconto della connessione che c’era tra di loro è la narrazione dell’amicizia di tutti. È la nostalgia che tutti prima o poi proveranno. Sono le immagini di una Roma che scorre sullo sfondo e che ospita dei legami indissolubili, che si imprimono nella memoria e di cui un giorno ci si ricorderà con un sorriso amaro. Ma è anche il pensiero per cui noi qua esistiamo, ma un po’ disillusi, tanto “non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.”

Quindi anche se non si conoscono non importa, perché Trevi li descrive in un modo in cui chiunque può rispecchiarsi. Dal Rocco testardo e permaloso, alla Pia anticonformista ma anche un po’ ingenua. Fino all’autore, l’unico ancora qua, a far da collante in questo triangolo di amicizia che ha perso i suoi protagonisti. Prima all’improvviso, con la scomparsa di Rocco morto per un incidente stradale, poi con estrema lentezza e sofferenza, con Pia divorata piano piano dalla SLA.

In un breve libro l’autore tesse implicitamente le lodi della scrittura, un mezzo importante per ricordare chi non c’è più. Non solo per lui ma per tutti. In poche pagine viene condensata l’azione stessa dello scrivere, per far vivere ancora di più quella seconda vita di cui Trevi ci narra, “la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti e consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne”.

E Pia e Rocco scrivevano. Era il loro mondo, anche infelice se vogliamo, soprattutto per Rocco, incapace per molto tempo di trovare il bandolo della matassa della sua visione narrativa, soprattutto perché aspirava ad una certa riconoscenza generale verso i suoi lavori. Purtroppo, se ne è andato nei suoi migliori anni, quando era riuscito a trovare una certa serenità. Pia, invece, era forse meno affetta da questa logica. Non una mera logica del successo, quella che affliggeva Rocco, ma una più ampia speranza di essere compreso, o almeno fare breccia con la sua scrittura, visto il suo carattere difficile. Pia aveva anche lei trovato il suo soggetto speciale, su cui ha scritto tutti gli ultimi suoi libri. Tutto questo Trevi ce lo racconta attraverso gli episodi che hanno scandito la loro vita, che si intrecciava in un nodo che sembrava indissolubile e che invece solo la morte ha potuto sciogliere.

Così “Due vite”, con i suoi periodi lunghi che impongono una profonda riflessione e le scelte lessicali accurate e mai sopra le righe, si candida tra i favoriti al Premio Strega 2021. Emanuele Trevi racchiude in centoventi pagine una storia intima e commovente, e attraverso la sua originale prosa riordina quel groviglio di ricordi che ha sviscerato ricercando tra i meandri della sua memoria.

 

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