di Andrea Cavazzini

 

Cinque anni fa, ci lasciava David Bowie e quindi lunga vita al Duca Bianco, lui che ha passato la vita inventando alter ego, esplorando la musica pop, passando dal glam-rock all’electro, dal soul al jazz, dal funk alla disco. Stroncato da un tumore al fegato, l’artista morì due giorni dopo l’uscita del suo 25esimo album in studio, “Blackstar”, che coincise con il suo 69 ° compleanno.

David Robert Jones divenne David Bowie all’età di 19 anni in quello che è stato probabilmente il primo grande alter ego dei tanti incarnati durante i suoi cinquant’anni di carriera. Re della reinvenzione, Bowie è il visionario che ha saputo influenzare l’arte in tutte le sue forme a cominciare dalla musica, grazie al suo stile innovativo di comporre e avvicinarsi agli strumenti. 150 milioni di album venduti e canzoni immortali come “Life on Mars”, “Space Oddity, Starman” e “Heroes”, ma anche pioniere della moda e della musica online.

Bowie è stato uno dei musicisti più creativi e brillanti del suo tempo, probabilmente di tutti i tempi. Al di là della musica, era un artista assoluto, nel suo atteggiamento, nel suo modo di incarnare i suoi personaggi come Ziggy Stardust o il The Thin White Duke, ma anche di dirigerli, di vestirli, di inventarli, di commuoverli, farli vivere e morire. Fu anche pittore, attore teatrale e cinematografico collaborando con registi come Martin Scorsese, David Linch e Christopher Nolan. Artista anche nella morte, le sue ceneri furono disperse sull’isola di Bali, senza cerimonie.

La musica di David Bowie era spesso d’avanguardia o sperimentale, fino all’ultima incisione di “Blackstar”, suo testamento musicale, un album tanto nero quanto jazz, ma troppo avanti per essere apprezzato da un pubblico cosi vasto. “L’oscurità” che permea tutto l’album e i riferimenti alla morte non sembrano siano autobiografici e Bowie manterrà fino alla fine, la speranza di guarire, e continuare a scrivere, comporre, creare.

Pochi successi planetari hanno scandito la sua lunga carriera, ma fenomenali, al pari delle prime quattro note della “Quinta Sinfonia” di Beethoven o le canzoni dei Beatles: facili da ricordare, dal vago sapore familiare.

Inoltre, il picco della popolarità e commerciale della sua discografia rappresentato da Let’s Dance del 1983 di sicuro non è stato il lavoro più rappresentativo del suo genio creativo. In ogni caso, meno dell’album che lo ha preceduto, “Scarry Monsters” con l’hit Ashes to Ashes”(video a fine articolo), accompagnati da un video superbo, preludio all’avvento di un nuovo genere musicale che Michael Jackson porterà pochi mesi dopo al suo apice con “Thriller”.

Tra i fans di David Bowie ce ne sono molti che prediligono il primo periodo della sua carriera: pezzi come “Hunky Dory” del 1971, molto acustico, Ziggy Stardust del 1972, molto elettrico, e “Aladdin Sane” del 1973, decisamente molto eclettico, che offre un utilizzo mozzafiato del pianoforte all’interno di un brano rock. Altri fans al contrario prediligono il periodo dove prevale il sentimento, come ad esempio con l’album “Diamond Dogs” pubblicato nel 1974.  Il soul- funky, di “Fame” composta insieme a John Lennon nel 1975 inserita nell’album “Young Americans” gli valse il primo posto negli Stati Uniti.  E poi nel 1976 “Station to Station”, uno degli album più criptici e tenebrosi come per sua stessa ammissione che segna anche il primo utilizzo del sintetizzatore, inserito dalla rivista Rolling  Stones nella lista  dei 500 migliori album di tutti i tempi. I tre successivi (“Low”, “Heroes” e “Lodger”), registrati a Berlino tra il 1977 e il 1979, una vera e propria trilogia del Duca, incisi in collaborazione con Brian Eno, furono influenzati dalla musica elettronica dei Kraftwerk.

Dopo il successo mondiale di “Let’s Dance” e del tour che seguì, e successivamente di “Absolute Beginners”, tema principale dell’omonimo film diretto dal suo amico Julian Temple,   David Bowie visse tra alti e bassi, ma non cadde mai nella mediocrità o nella ripetizione. Dopo l’album “Reality”, uscito nel 2003, e un grave infarto, scomparve dalla scena musicale e dalla vita pubblica per poi riapparire nel 2013, con l’inaspettato album “The Next Day”, che segnò un vero e proprio ritorno alla ribalta e al successo.

A cinque anni dalla sua morte, Bowie rimane un’icona, un classico che i millennial di oggi scoprono con la stessa felicità di quegli spettatori che assistettero alla sua leggendaria esibizione il 6 luglio 1972 nel popolare programma della BBC, Top of the Pops. Quella sera, interpretando “Starman” nei panni di Ziggy Stardust, guardando negli occhi un giovane seduto tra il pubblico cantava: “Ho dovuto chiamare qualcuno, quindi ho scelto te”. ” Per migliaia di adolescenti, il messaggio fu ovvio: sii chi sei e liberati dalle convenzioni sociali.

 

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