di Mario Claudio Cesario

 

Il regista, produttore e sceneggiatore americano Ryan Murphy estrae un altro asso dalla manica sotto il naso di Netflix, inserendo nel suo elenco di opere “Ratched”. Questo nome per i veri appassionati di cinema non dovrebbe risuonare nuovo, perché la protagonista è l’infermiera Mildred Ratched, vista nel 1975 nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

Questa serie, come il film di Forman, si ispira all’omonimo romanzo di Ken Kesey. Questa volta però a interpretarla non c’è il premio oscar Louise Fletcher, ma l’attrice preferita da Murphy Sarah Paulson, che non ha niente da invidiare alla collega precedente.

Si viaggia nel tempo nei lontani anni ’50, a Lucia, in California, dove la protagonista entra a lavorare in un centro psichiatrico nel quale, per cercare di curare la psiche, il team del direttore Richard Hanover, interpretato dal bravissimo attore filippino Jon Jon Briones, sperimenta pratiche cruente e inumane.

A primo impatto si ammira la dedizione e la passione con cui Mildred svolge il suo lavoro, ma andando avanti trapela il vero motivo per il quale la donna si trova lì. Ryan Murphy, proprio come in “American Horror Story”, eccelle quando si deve mettere in camera la follia e l’accanimento della mente. Porta lo spettatore in esterni che ricordano “Shutter Island” di Scorsese e lo trascina in interni simmetrici che riconducono la memoria a “Shining” di Kubrick, preannunciando il tema thriller e il dramma che genera la serie.

Come anticipato, l’ambientazione è anni ’50 e il regista statunitense omaggia anche il genere noir con inquadrature angolari, alte e basse, numerosi split screen, particolari di mani e piedi, e forti contrasti di luci tra verde e rosso, probabilmente alludendo al conflitto tra bene e male insito nella mente umana.

Le color usate sembrano essere inadatte per la realtà in cui si trovano i protagonisti: colori caldi, accesi, luminosi che si sposano con i costumi di scena indossati dai protagonisti. La sceneggiatura risulta essere scorrevole, scandita da una narrazione che non rallenta, grazie anche a inquadrature in soggettiva e in oggettiva, e offre allo spettatore quasi la sensazione di far parte del cast.

A proposito di cast, vi sono altre interpreti femminili degne di nota. Cynthia Nixon, nella quale troviamo, forse volutamente, un riferimento alla lotta dell’attrice contro il cancro al seno, battaglia di cui lei è testimonial; la camaleontica Sophie Okonedo, che cambia repentinamente mille personalità a causa della malattia mentale del personaggio, e la vertiginosa Sharon Stone.

Nella serie sono infine presenti diversi dualismi, uno di questi è il cambiamento comportamentale di Mildred “Paulson” Rached che, negli ultimi episodi, diventa ingenua e benevola con tutti, anche con gli apparenti antagonisti. Tutti i fans della serie attendono la seconda stagione e si domandano cosa Ryan Murphy abbia in serbo per loro. Una curiosità: sarà proprio un caso che il regista abbia un cognome davvero molto simile al protagonista del film di Forman, interpretato da Jack Nicholson?

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