Alla Sala Petrassi un’esperienza di circo contemporaneo che interroga la bellezza come costruzione culturale.
All’interno della rassegna OPS!2026, Bello di Cordata F.O.R. arriva alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica; un’opera capace di interrogare lo sguardo dello spettatore senza concessioni sull’arduo e dibattuto concetto di bellezza. In una sala gremita da un pubblico attento – prevalentemente adulto, con una presenza ridotta di adolescenti – lo spettacolo viene seguito con partecipazione crescente e accolto, al termine, da applausi prolungati e convinti, segno di un’esperienza condivisa e profondamente recepita.

In scena si muovono sette interpreti – Britt Timmermans, Mario Kunzi, Tijs Bastiaens, Camille Guichard, Vittorio Catelli, Antonio Panaro e Giacomo Martini – sei artisti di circo contemporaneo e un attore, chiamati a confrontarsi con un tema tanto abusato quanto scivoloso: la bellezza. La drammaturgia, firmata da Jean-Michel Guy, non offre definizioni né risposte, ma costruisce un percorso fatto di domande, attriti e contraddizioni, lasciando che sia il corpo a farsi veicolo di pensiero.
La scena è volutamente spoglia, priva di oggetti e apparati tradizionali. Nessun attrezzo iconico del circo, nessuna successione di numeri: tutto è affidato alla fisicità degli interpreti, alla loro relazione, alla dinamica del gruppo. È qui che emerge con forza la straordinaria qualità tecnica, soprattutto negli esercizi di alto equilibrismo, affrontati con precisione, controllo e un rischio sempre percepibile. Ma la tecnica non è mai fine a sé stessa: diventa linguaggio, materia drammaturgica, strumento di racconto.
Sotto la regia di Francesco Sgrò, la composizione scenica alterna momenti di compattezza corale a improvvise fratture individuali. All’inizio della pièce, un personaggio appare spaesato, come se osservasse il mondo da una posizione di estraneità ed iniza a porsi un interrogativo semplice quanto banale: perchè le persone aspettano in fila. Questa semplice domanda attiva il movimento degli altri interpreti sul palco ed attorno a lui, gli altri corpi occupano lo spazio con decisione, lo attraversano, lo sollevano, lo sovrastano. Il movimento collettivo diventa un flusso potente, quasi travolgente, che mette in crisi l’individuo fino a costringerlo a cedere. Da quel momento la scena smette di essere popolata da singoli e si trasforma in un organismo unico, pulsante, dove ogni gesto trova senso solo nella relazione con l’altro.
Fondamentale il lavoro sulle luci, che proiettano ombre mobili sul fondale, deformando e ricomponendo le figure. La bellezza si rivela così come un fatto relativo, instabile, dipendente dallo sguardo e dal contesto. Un corpo può apparire armonioso o disturbante a seconda dell’angolazione, della distanza, della luce che lo attraversa. È un gioco percettivo che accompagna lo spettatore a mettere in discussione i propri automatismi. Le ombre dei corpi in movimento confermano la relatività del bello, che diviene tale anche solo sfruttando proprio l’ombra e la sinuosità di essa, sul fondale de palco.
Uno dei passaggi più incisivi dello spettacolo arriva quando gli interpreti indossano costumi volutamente eccessivi, dissonanti, apparentemente “di cattivo gusto”. La reazione iniziale potrebbe essere di rifiuto, quasi di fastidio. Ma è proprio questa forzatura a svelare il nucleo del lavoro: obbligare il pubblico a confrontarsi con il proprio impulso al giudizio, con quella tendenza a classificare, escludere, etichettare. Qui prende corpo il mantra della compagnia: « […] Nessuno ha potere sulla bellezza, la bellezza è qualcosa di inquietante, che ci trafigge, che ci scuote, la bellezza non si conforma». La bellezza non si conforma, non obbedisce, non può essere posseduta,
Con il procedere dello spettacolo, l’atmosfera muta ulteriormente. Le musiche si fanno più incalzanti, le luci virano verso colori accesi, compaiono maschere grottesche, travestimenti ironici. Ogni interprete porta in scena una specificità, una qualità di movimento, una personalità distinta che si intreccia con quelle degli altri in un continuo gioco di sostegno e scambio.
Determinante è la cura del movimento scenico, che rende ogni azione leggibile e necessaria. Il rischio non è mai spettacolarizzato, ma condiviso: nessuno vola da solo, nessuno cade senza essere sostenuto. È in questa fiducia reciproca che Bello trova una delle sue affermazioni più forti.

Il finale, apparentemente leggero, lascia una traccia sottile e persistente. I tutù rosa, la fila ordinata, il ritorno a una neutralità anonima suggeriscono quanto sia facile rientrare nei ranghi, rinunciare alla complessità, rifugiarsi nel giudizio rapido. Bello si chiude così, senza offrire soluzioni, ma lasciando aperta una domanda che continua a risuonare. Più che uno spettacolo sulla bellezza, Bello è un atto di circo contemporaneo vigile e pensante, che mette il corpo al centro del discorso e invita a riscoprire la bellezza non come ideale da raggiungere, ma come relazione viva, rischiosa e condivisa.
_________________________
Bello – creazione e direzione Francesco Sgrò, produzione Cordata F.O.R e Fabbrica C in collaborazione con Flic Scuola di Circo, direttrice di produzione Giuseppina Francia, co-creazione e interpretazione Britt Timmermans, Mario Kunzi, Tijs Bastiaens, Camille Guichard, Vittorio Catelli, Antonio Panaro E Giacomo Martini, drammaturgia Jean-Michel Guy, accompagnamento coreografico Teresa Noronha Feio, OPS! – Rassegna di Circo Contemporaneo 2026, 3 gennaio 2026, Sala Petrassi Auditorium Parco della Musica di Roma
Foto ©Grazia Menna





