Due monologhi, un unico scalino tra la salvezza e il baratro. Le performance di Maria Lomuro e Martina Gabrielli al Fringe Festival.
Nell’ambito del quarto gruppo di spettacoli, andati in scena lo scorso 20 luglio, per il Fringe Festival, in programmazione al Teatro Vascello, sul palco due lavori dedicati alla dissezione dell’anima e del corpo che, pur nella loro diversità stilistica, dialogano profondamente sul tema della mancanza e del desiderio. Maria Lomurno con Mancanza di stelle e Martina Gabrielli con The Kisser hanno offerto al pubblico presente un’indagine cruda e necessaria su cosa significhi restare, sopravvivere e cercare una direzione in un presente frammentato.

Mancanza di Stelle: Maria Lomurno
La Lomurno scrive e interpreta un monologo che, variando nei registri recitativi dal brillante all’intimistico, si configura come una precisa indagine analitica sulla condizione materiale ed esistenziale di una trentenne nella capitale. La pièce non cerca il lirismo facile, ma parte dal dato numerico: un conto corrente che segna 25,40 euro. Questa cifra diventa l’unità di misura di un’esistenza sospesa, dove l’unico investimento possibile è una terapia d’élite da 150 euro a seduta per curare quelli che la protagonista definisce provocatoriamente “traumi presuntuosi”.
Il racconto si snoda attraverso un montaggio efficace di frammenti di vita: dalle sedute di psicoterapia al pedinamento quasi clinico di uno sconosciuto in un supermercato di Prati, un episodio che rivela un’incapacità di connessione che va ben oltre il semplice disagio affettivo. Lomurno passa quindi ad analizzare con estrema lucidità il sistema dei “lavori in divisa”, descrivendo un’esperienza lavorativa degradante sotto datori di lavoro definiti senza mezzi termini “schiavisti”. Esperienza lavorativa che vira, nell’immagine della “gabbianella storpia” munita di violino in un centro commerciale: una disabilità simulata per fini commerciali che diventa la metafora di un volo negato per chiunque sia costretto a terra dalla precarietà.
Il nucleo del conflitto esistenziale messo in scena, emerge nella parte conclusiva dello spettacolo, ambientato durante il viaggio di ritorno verso casa, in bus sulla linea FixBari-Roma. Qui la narrazione si sposta verso le origini, introducendo la memoria della sorella Teresa, morta tragicamente dopo una caduta in ospedale. Il rapporto con Teresa è il baricentro emotivo dello spettacolo: la protagonista rivendica il diritto di esistere senza dover compensare l’assenza della sorella o giustificare la propria vita attraverso il successo. Il cerchio si chiude tornando all’etimologia della parola desiderio: de-sideribus, ovvero “mancanza di stelle”. La tesi è potente: la precarietà estrema, l’assenza di un tetto, è paradossalmente ciò che permette di mantenere lo sguardo rivolto verso l’alto.
Se Lomurno lavora sulla parola e sulla memoria, Martina Gabrielli con The Kisser sposta l’asse verso una dimensione tattile e viscerale. La sua è una performance che non si limita alla visione, ma si impone come una dissezione chirurgica del vuoto interiore. Il palco diventa il luogo in cui il corpo è usato come una “discarica” di traumi e desideri mai risolti.
In questa performance, i sentimenti che non trovano sfogo finiscono per “marcire” o trasformarsi in acido. Gabrielli utilizza il riflusso gastrico come metafora fisica di un’incapacità cronica di digerire la realtà e le delusioni. Questo “acido maligno” che risale dalle viscere simboleggia un blocco espressivo profondo, un grido o un “rutto represso” che impedisce ogni liberazione. La protagonista si muove tra il desiderio di purificazione forzata, attuato attraverso pratiche estreme come i clisteri, e un bisogno di incorporazione che sfocia nel cannibalismo simbolico.
Il momento culminante è il bacio con Goki, che perde ogni connotazione romantica per diventare una pulsione a “risucchiare” l’altro, a mangiarlo per colmare una voragine affettiva. Eppure, a questa voracità segue sempre un crollo violento, una svalutazione di sé che trasforma l’estasi in miseria morale. Affascinante è la dialettica tra maschera e abisso: il lattice, le extension e il trucco pesante fungono da armatura contro il senso di inutilità. Gabrielli richiama i balli della corte di Francia del XVIII secolo per spiegare l’ossessione per la “frontalità”: mostrare solo la parte accettabile per nascondere ciò che di noi odiamo.

The Kisser: Martina Gabrielli
Entrambi gli spettacoli suggeriscono che tra l’integrazione sociale e il diventare un “relitto” non ci sia un oceano, ma solo un singolo, invisibile scalino. Mentre Lomurno indaga il peso della sopravvivenza e il senso del restare, interrogandosi su come le assenze definiscano il nostro modo di stare al mondo, Gabrielli costringe lo spettatore ad accettare il fastidio del “fuoco” interiore per comprendere la bellezza tragica di chi cerca una connessione in un mondo di superfici riflettenti. La serata al Vascello ha offerto due sguardi complementari sul desiderio nelle sue molteplici forme: d’amore, di riconoscimento e di futuro.
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Quarta serata Fringe Festival – con Maria Lomurno, Martina Gabrielli, in copetina Martina Gabrielli, Teatro Vascello 20 luglio 2026
Foto ©Grazia Menna





