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“Con la Carabina”: l’infanzia sospesa tra lunapark, gioco e memoria dolorosa

Una narrazione spezzata e potente con Ermelinda Nasuto e Danilo Giuvaa Spazio Diamante

A Spazio Diamante, fino al 1° febbraio, va in scena Con la carabina, uno spettacolo che sceglie la via dell’essenzialità per affrontare una materia incandescente, lasciando che siano la parola, la tensione e il corpo degli attori a farsi carico di una storia che continua a interrogare violentemente il presente. In scena, Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva danno forma e sostanza a un racconto ispirato al testo di Pauline Peyrade, nella traduzione di Paolo Bellomo, sotto la guida rigorosa e sensibile di Licia Lanera, che firma anche una scenografia scarna e fortemente simbolica. Un lavoro che ha visto il grande riconoscimento sia del pubblico quanto degli addetti ai lavori, con il Premio UBU 2022 come Miglior Regia e Miglior Testo Straniero/Scrittura Drammaturgica (messi in scena da compagnie o artisti italiani).

Con la Carabina – Ermelinda Nasuto

Il punto di partenza è un fatto realmente accaduto in Francia: una bambina di undici anni subisce una violenza sessuale che un tribunale arriverà a definire “consenziente”. Anni dopo, quella bambina, diventata donna, tenta di riprendersi ciò che le è stato sottratto scegliendo una forma estrema e solitaria di giustizia. Ma Con la carabina non è un racconto giudiziario né un manifesto; è piuttosto un’indagine che scava nei meccanismi della fiducia tradita, dell’ambiguità delle relazioni, del modo in cui una ferita può insinuarsi silenziosamente nella vita quotidiana.

Il pubblico viene accolto in sala quando l’azione è già iniziata. I due interpreti sono presenti fin da subito, immersi in una partitura sonora ossessiva che rimanda alle musiche dei luna park. Su un tavolo, una piccola ruota panoramica illuminata da luci intermittenti diventa il fulcro visivo di uno spazio che è insieme reale e mentale. Attorno a pochi oggetti – un leccalecca, un fucile da tiro a segno, un coniglio di pezza – prende forma una narrazione che oscilla costantemente tra passato e presente, tra l’età dell’infanzia e quella adulta, senza mai stabilire confini netti.

La struttura del racconto procede per slittamenti temporali, per sovrapposizioni. Il passato è quello di un luna park di provincia – e questa provincialità è ben rappresentata dall’uso del dialetto pugliese che entrambi gli interpreti non abbandonano –  , luogo dell’intrattenimento e dell’innocenza, in cui una bambina si muove fidandosi degli adulti che la circondano. Il presente è uno spazio domestico carico di tensione, in cui quella stessa bambina, ora donna, rievoca, ricostruisce, tenta di rimettere ordine. I due attori attraversano queste età senza cambi evidenti, affidandosi unicamente alla parola e a minime variazioni fisiche.

La regia sceglie una prossimità estrema con gli spettatori. La distanza ridotta tra platea e scena, continuamente ridefinita dallo spostamento delle piantane luminose manovrate dagli stessi interpreti, costringe chi guarda a una posizione quasi voyeuristica, lo spettatore “è dentro la scena”. Si ha la sensazione di spiare il nucleo più intimo e doloroso di un’esperienza privata.

La vicenda segue uno schema tristemente noto: una madre che affida la figlia a una figura maschile ritenuta affidabile, l’amico del fratello maggiore, il “bravo ragazzo” su cui nessuno oserebbe nutrire sospetti. È proprio dentro questa rete di normalità, di luoghi comuni e di rassicurazioni sociali che si consuma la violenza, e che prende forma il rovesciamento colpevolizzante: non è mai davvero colpa sua, ma di lei, che “se l’è cercata”.

Particolarmente efficace è il lavoro simbolico sugli oggetti, e in particolare sul coniglio. Nel tempo dell’infanzia è un peluche, un compagno muto a cui la bambina si aggrappa per sopravvivere allo shock. Nel presente, quel coniglio riappare trasformato: non più morbido e rassicurante, ma morto, scorticato, trattenuto ancora come un feticcio doloroso. È l’immagine concreta di un passaggio irreversibile, del crollo del mondo del gioco e dell’ingresso forzato in una realtà che non concede riparazioni.

Con la Carabina – Danilo Giuva

Nel finale, la scelta registica di puntare frontalmente le due piantane luminose verso la platea, mentre la donna imbraccia la carabina, assume un valore che va ben oltre l’effetto visivo. È un gesto che rovescia radicalmente la dinamica dello sguardo costruita fino a quel momento: lo spettatore, fino ad allora testimone ravvicinato di un dolore privato, viene improvvisamente esposto, messo sotto luce, privato della protezione dell’oscurità teatrale. In quell’abbagliamento violento, che interrompe ogni possibilità di distanza emotiva, la scena sembra interrogare direttamente chi guarda, trasformandolo da osservatore a soggetto chiamato in causa. La carabina, pur rivolta nella storia verso l’uomo responsabile della violenza, si carica così di una valenza più ampia, simbolica, puntando idealmente contro una collettività che ha assistito, taciuto, normalizzato. La luce diventa allora strumento di smascheramento: non consente catarsi né assoluzione, ma inchioda lo spettatore a una responsabilità condivisa, rendendo impossibile qualsiasi posizione neutrale di fronte all’atto estremo che sta per compiersi.

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Con la Carabina – di Pauline Peyrade, traduzione Paolo Bellomo, regia e spazio Licia Lanera, con Ermelinda Nasuto, Danilo Giuva, luci Vincent Longuemare, sound design Francesco Curci, costumi Angela Tomasicchio, aiuto regia Nina Martorana, organizzazione Silvia Milani, produzione Compagnia Licia Lanera, coproduzione POLIS Teatro Festival, coproduzione in collaborazione con Angelo Mai, Spazio Diamante 28 gennaio 2026

Foto ©Grazia Menna

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