di Claudio Riccardi

 

Correva l’ottobre del 1990. Siamo in via Monte Nevoso, a Milano, covo che fu delle Brigate Rosse. I muratori incaricati della ristrutturazione dal nuovo proprietario iniziano i lavori. Si tolgono i chiodi ad un pannello in cartongesso ed ecco che a terra cadono degli oggetti, tra cui una pistola avvolta in un foglio di quotidiano e una cartella scura con dei fogli. 420 carte, la calligrafia è di Aldo Moro. Sono le lettere e il Memoriale che il Presidente dei Democratici Cristiani scrisse febbrilmente nei 55 giorni di sequestro ad opera delle BR. Vicenda che – ricordiamo – si concluse con il ritrovamento del corpo di Moro esanime e avvolto in una coperta nel bagagliaio di una Renault R4, il 9 maggio del 1978, a Roma.

Tra quelle carte, tutte fotocopie di autografi, scorre un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare. Al pubblico dominio è arrivata solo una parte di quei fogli, stoppati tra i meandri della censura e dell’imbarazzo.

A distanza di oltre quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle.

Ed è qui che il Teatro diventa recupero e indagine. Fabrizio Gifuni, su suggestione di Nicola Lagioia e del Salone Internazionale del Libro di Torino, si è immerso nei documenti di questa delicata eredità – lo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia – per dare forma a una drammaturgia intensa, profonda, sofferta: “Con il vostro irridente silenzio”. Che il pubblico di Teatro Vascello nei giorni scorsi ha potuto ammirare per la terza edizione.

All’elaborazione del testo e alla ricostruzione storica hanno collaborato Christian Raimo, Francesco Maria Biscione e Miguel Gotor.

Sul palco un tavolino, la giacca su una sedia, un microfono, carte sparse per terra, e il plico ritrovato a 12 anni dalla scomparsa. Gifuni è acuto interprete di un Moro che durante la prigionia attraversa lo spettro degli stati d’animo. Amplifica i suoi sentimenti producendo migliaia di parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il Memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri.

Ma viene irriso. La stampa si mosse compatta in direzione unilaterale, sconfessando all’opinione pubblica le sue parole e mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura.

“I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura – ricorda Gifuni – tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre”.

Gifuni sul palco esordisce con un preambolo storico, di scenario, necessario allo spettatore per entrare nel vivo del tema trattato. La sua lente d’ingrandimento sui 55 giorni di sequestro viene proposta con il beneficio del dubbio: “Questo meteorite che viene dal passato è ancora radioattivo oppure questi nomi lontani non risuonano più?”

La quarta parete viene infranta per contestualizzare un racconto dai risvolti complessi, a tratti sbiaditi, ma dall’amaro retrogusto di tempo presente. Le luci di sfondo si affievoliscono sui toni del blu, e con un balzo scavalca il perimetro bianco disegnato sul rettangolo al centro del palco.

Il tono di Gifuni è funereo sulle transizioni descrittive, le date e i destinatari; progressivamente si trasforma attraverso un’accuratissima modulazione di voce e gestualità. A tratti arrabbiato, a tratti inquisitorio.

Le pause sono corte o pressoché inesistenti: un incalzante parlato di due ore, un viaggio toccante e al tempo stesso istruttivo, nelle sue virate tra le dimensioni pubbliche e intime di un uomo che prima spera, poi si dispera, tenta di protestare e farsi sentire, fino alla resa e all’accettazione di un doloroso destino da cui nessuno potrà salvarlo, nemmeno le persone a lui più vicine. Gli stessi amici e colleghi che, ricordati nel passaggio conclusivo da una diapositiva sul palcoscenico, lo compiansero – alcuni sinceri e disperati, altri falsi e ipocriti – al suo funerale.

 

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