di Laura Dotta Rosso

 

 

Siamo immersi nel buio, una voce fuori dalle quinte comincia a parlare…da questo momento sarà un fiume in piena, le parole evocheranno immagini di ogni tipo, senza una logica troppo precisa. 

Giorgia Mazzucato nello spettacolo “Comunque” scritto diretto e interpretato da lei stessa, riesce ad attirare l’attenzione. La scena è spoglia, solo una pistola sulla destra del palco e una sedia sulla sinistra. L’interprete si presenta con le labbra e le unghie rosse, dei pantaloncini neri con delle bretelle, una camicetta bianca da collegiale non troppo ordinata e delle fantastiche pantofole a stivaletto. 

 

Tutto diventa surreale, i giochi di parole sono continui, si susseguono suoni onomatopeici. È un lavoro attoriale faticoso, non si può perdere il ritmo, la concentrazione, impalpabile è il desiderio di buttarsi, scherzare con il pubblico e sulla serietà del testo. Si prova a raccontare la storia di Desiree che tenta di rapinare un appartamento ma è solo un pretesto per schizzare da un tono all’altro. È inverosimile, assurdo, infondato, questo testo deve intrattenere e il pubblico non deve porsi domande, deve essere disposto a disorientarsi, deve abbandonare i punti fermi. Siamo dal dottore …abbiamo un questionario: barra si, barra no, se sei morto bara qui.

 

L’interprete si fa delle domande, si dà delle risposte confuse, il pubblico è scombussolato, ma presente. “Comunque “ è  l’unione di nove testi di Alessandro Bergonzoni, una tempesta di frasi, espressioni e suoni. La rielaborazione del testo è intrigante, è curiosa e, sicuramente, Giorgia Mazzucato ha una buona identità e sa su cosa puntare. “Comunque” non risulta un testo per tutti, è difficile comprendere che non è necessario cogliere tutti gli aspetti, qualcosa, però, non convince, lo spettatore rimane spiazzato senza davvero aver compreso ciò che ha appena visto. Si ha l’impressione di aver assistito o ad un genio o ad un racconto poco approfondito. Un aspetto è sicuro: bisogna ribellarsi e tornare alla bellezza e Giorgia Mazzucato ci ha sferrato un pezzo di sé stessa, una firma inconfondibile tra tante banalità sulla piazza.

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