di Federica Ranocchia 

 

 

Nella delicata situazione attuale, che ci ha obbligati a una riconsiderazione del modo in cui viviamo e abbiamo vissuto il tempo e il mondo fino a oggi, abbiamo ricevuto in dono da Bob Dylan  “Murder most foul“. Il singolo, dalla straordinaria durata di oltre 16 minuti, è stato diffuso il 27 marzo scorso, pubblicato sul canale Youtube dello stesso Dylan, oltre che sulle principali piattaforme di streaming musicale.

“Greetings to my fans and followers with gratitude for all your support and loyalty across the years.

This is an unreleased song we recorded a while back that you might find interesting.

Stay safe, stay observant and may God be with you. Bob Dylan”

“Murder most foul” è uscito a otto anni di distanza dall’ultimo prodotto originale di Bob Dylan, risalente al 2013 (Wigwam). Il ritorno del cantautore, poeta, oltre che recente vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2016, avviene in un momento storico unico: quello della pandemia globale, profondamente caratterizzato da nuove sensibilità di cui l’arte tutta sta cercando di nutrirsi e di farsi carico.

La vocazione alla “narratività” è presente in tutte le composizioni di Dylan e questo brano non fa eccezione. In “Murder most foul“ il racconto che giunge alle nostre orecchie inizia, infatti, con la narrazione della vicenda dell’assassinio del Presidente J. F. Kennedy, avvenuto a Dallas nel 1963.

Con la semplice e genuina profondità che lo contraddistingue, Dylan ci trascina in un universo narrativo le cui sonorità avanzano e si espandono in un’insolita pacatezza solenne. “Murder most foul” somiglia  incredibilmente a un inno liturgico, una veste che appare criptica, così come di piacevole adesione.

Nel racconto vediamo l’evento dell’omicidio del Presidente essere usato da Dylan come metafora di un punto di rottura, uno spartiacque: l’evento scandisce un prima e un dopo, laddove quell’assassinio viene esplicitamente definito nel brano come l’inizio di ciò che diverrà un lento declino:

“I said the soul of a nation been torn away And it’s beginning to go into a slow decay

And it’s beginning to go into a slow decay”

Numerose interpretazioni, pubblicate successivamente all’uscita del singolo, tentano di far luce sul significato del termine “declino” così perentoriamente dichiarato nel testo. Molte di queste interpretazioni sono frutto di un’attenta analisi degli innumerevoli riferimenti ad altre canzoni, componimenti, film, eventi, personaggi storici e noti. Infatti nel brano sono presenti oltre ottanta citazioni: ma la vera intenzione dell’artista rimane di difficile spiegazione.

Ma ne possiamo azzardare una: in una sorta di litania finale Dylan elenca i titoli dei brani indimenticabili, gli eventi preziosi per l’umanità, le produzioni artistiche più importanti – secondo il suo gusto personaleche vengono evocate una a una. Il brano emana una vera e propria aura messianica che, citazione dopo citazione, minuto dopo minuto completa il puzzle di quello che secondo Dylan è l’insieme dei tesori collettivi.

Murder most foul, nella chiave di lettura qui proposta, cerca di evocare la ricchezza di quello che abbiamo alle nostre spalle e che tendiamo a dimenticare, soprattutto nel mondo frenetico e iper-produttivo rappresentato dalla contemporaneità: una sorta di ode alla memoria, il cui obiettivo è quello di sventare il “declino” e di evadere da quell’inferno della smemoratezza in cui il nostro mondo moderno è lentamente caduto. Quindi, l’uso del termine declino potrebbe alludere alla perdita di memoria collettiva.

La lunghezza eccentrica del singolo e la voce pacata, ma graffiata del cantautore – quasi ottantenne – sono solo due degli strumenti che permettono all’ascoltatore di immergersi nell’universo che quest’uomo vuole raccontarci. Un universo nel quale la musica ha la capacità di rimanere immortale. Il racconto, presentatoci in un momento di stand-by come quello attualmente in corso, ci dà la possibilità di riscoprire la forza e la potenza della narrazione, del ricordo e della memoria.

Dylan ci ha trattati come dei bambini stanchi, irrequieti, preoccupati che, dopo una lunga giornata, prima di andare a dormire sono pronti ad ascoltare la favola della buonanotte. Una storia semplice ma che racchiude in ogni strofa un prezioso frammento di umanità che l’anziano narratore ci sta chiedendo di riscoprire, di ricordare e di tramandare.

Per un brano complesso come questo non si può pensare di sfiorare l’esaustività con l’analisi qui presentata. Né si può pensare di avvicinarsi alle intenzioni di Bob Dylan nel presentare, quasi con l’urgenza imposta dal particolarissimo momento storico, questo nuovo, lunghissimo e bellissimo componimento.

Tuttavia, di fronte a “Murder most foul“, non possiamo nemmeno evitare il forte invito alla riflessione, un invito che ricongiunge l’essere umano con la sua particolarità unica: la capacità di preservare la memoria, tramutandola in ricchezza.

È stata di recente annunciata l’uscita di un intero album di inediti dal titolo “Rough and Rowdy Ways”,  prevista per il prossimo 19 giugno. All’interno “Murder most foul” e altri nove brani, due dei quali sono già stati resi pubblici: “I Contain Multitudes”,  pubblicato come traccia d’apertura dell’album e “False Prophet”, caricati rispettivamente il 17 aprile e l’8 maggio sul canale YouTube ufficiale di Bob Dylan.

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